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L'Ultimo SognoLife As A House - 2h 04'
Regia: Irwin Winkler L’ultimo sogno è il sentimento prevalente di un uomo (Kevin
Kline) che sa di morire presto per un male incurabile e il film penetra
incessantemente il percorso pietoso che va dal rimpianto al rimorso. Qual è la
differenza tra i due stati d’animo? Il rimpianto, così come lo definisce il
dizionario Devoto - Oli, è il "pensiero nostalgico e doloroso, o suggerito da
un senso di rammarico e d’insoddisfazione, rivolto a persone o vicende
irrimediabilmente scomparse o passate", mentre il rimorso ha a che fare con il
senso di colpa ed, infatti, dalla definizione dello stesso vocabolario, è la
"consapevolezza tormentosa del male commesso". Tutti i personaggi sono in preda
a questi sentimenti di consapevolezza che con tutte le sfumature e le soluzioni
sono rigidamente fissati dalla ideologia di cui è impregnata la sceneggiatura
di Mark Andrus, zeppa di dialoghi intenti a dimostrare l’esattezza di una tesi:
chi ha sbagliato e non è nel giusto prima o poi si pente o perlomeno sentirà il
bisogno di espiare o rimediare ai propri errori. D’altra parte la vita non
indica chiaramente i cammini che si riveleranno poi privi di autenticità per le
necessità dello spirito. Ci troviamo di fronte a una umanità che vive alla
giornata senza alcuna progettualità. Così l’erezione di una casa, dopo averne
distrutta una vecchia, è il simbolo per tutti di rinnovamento e non a caso
tutti i personaggi parteciperanno a questo sogno. Costruire qualcosa di nuovo è
un augurio ed una speranza per un futuro migliore.
L’Ultimo Sogno si può dunque inserire nel filone della commedia new age con varie gradazioni: o sposa l’utopia un po’ laica e romantica (ce ne siamo occupati proprio di recente con Serendipity) oppure procede nei territori del genere fantastico, con uno stuolo di presenze angeliche o eventi mirabolanti che rassicurano sull’esistenza di un’altra vita (anche i film di fantasmi hanno questo scopo), di un al di là molto vicino alla concezione cattolico cristiana. Certo L’Ultimo Sogno non dà l’impressione di voler
indagare i tormentosi disagi dell’umanità e rappresentarli senza tanti veli,
insomma crudeltà e cattiverie, ma anche indifferenza e cinismo, sono stemperati
dall’ottimismo di fondo. Si può e si deve cambiare, e gli eventi, anche
l’inguaribile malattia cancerosa, ci regalano l’occasione di rimediare. Così si
finisce per aver la sensazione che a tutti sia concessa un’opportunità, niente
avviene per caso, tutto accade per un preciso motivo. La predestinazione è il
vero tema dominante della cinematografia hollywoodiana contemporanea. Si può
anche accettare, purché le scritture dei film corrispondano anch’esse ad una
coscienza minima che tale predestinazione si basi su un sentimento di fede il
cui fronte è spesso tutt’altro che incorruttibile. Altri cineasti come Ferrara,
Carpenter, Lynch sono maestri nell’insinuare sempre il dubbio e perché no la
grassa risata di fronte ad ogni mieloso massimalismo, l’ideologia di qualunque
tipo è sbeffeggiata, proprio perché poggia sulle nostre irrisorie stabilità,
supportate abilmente da una costante ipocrisia che sullo schermo può diventare
addirittura totale mistificazione.
La sensazione risultante da L’Ultimo Sogno è che il film meccanicamente, senza una regia che provi per un solo istante a vedere (a porsi in ascolto) e non a far vedere, spinga verso una sola direzione (almeno in maniera piacevolmente sgangherata) tutti i personaggi, facendo finta di indagare il politicamente scorretto (sempre che così vogliamo chiamarlo), che diventano un bacio di un’adolescente ad un adulto o l’approccio sessuale sotto la doccia o l’abboccamento di un gay con un giovane dentro una macchina, o una donna che fa l’amore con il ragazzo della figlia. Ma il sesso fa davvero tanta paura agli statunitensi? © 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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