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Il Tempo Dei Cavalli Ubriachi

Zamani Barayé Masti Asbha - 1h 20'

Regia: Bahman Ghobadi



Confini.
Il Kurdistan è un non luogo diviso tra Iran, Iraq e Turchia, dove la miseria è speculare alla sopravvivenza di un popolo e della sua cultura, dove si contrabbanda alcool ma si beve the, secondo i precetti islamici che vietano di bere alcolici, un divieto non prescritto ai muli (i cavalli del film), ai quali è fatto bere mischiato con acqua per sopportare il carico e il freddo della montagna.
Bambini.
Incartano bicchieri, inscatolano saponette, scaricano merci per quel poco da portare a casa, un villaggio tra i monti innevati, in una natura aspra come la loro quotidianità, dove le mine antiuomo costituiscono un'ennesima sfida alla sopravvivenza, dove morire è troppo semplice.
Il Tempo Dei Cavalli Ubriachi è un film curdo, parlato in lingua curda, girato in un villaggio curdo-iraniano ai confini con l'Iraq dove vivono cinque fratelli orfani di madre e, di lì a poco, di padre. Una realtà ricreata per il cinema, una storia in cui i bambini sono adulti, in cui un fratello maggiore diviene padre e una sorella maggiore diviene madre. Una storia dove l'unico a rimanere bambino è Madi, quindicenne affetto da una grave forma di nanismo.
Difficile scrivere una seppur breve trama, appare quasi immorale dedicare a questo film lo stesso tipo d'attenzione che si offre a qualsiasi altro. Sappiamo che lì sui monti, nonostante quel poco di fiction richiesta dal caso, vivono le loro vite Nazhad, Madi, Amaneh, che Madi riuscirà ad operarsi solo grazie all'attenzione dei media, che altri come loro non hanno recitato, ma si sono raccontati.

Ghobadi, già collaboratore dei Makhmalbaf (uno dei maestri di Lavagne di Samirah), ci offre uno sguardo partecipe e al contempo distaccato, una distanza che sola può offrire un quadro esauriente dei fatti, uno scorcio casuale degli eventi, secondo i codici visivi del documentario. Ed ecco l'uso dei campi lunghi, come quando Ghobadi segue con pudore il dolore della separazione tra Nazhad e la sorella maggiore, andata in sposa ad un iracheno che ha promesso di far operare Madi, un uomo a lei sconosciuto e che soprattutto non ha scelto, tradizione che nasconde l'imbroglio quando la madre dell'uomo rifiuta il ragazzo. Rispetto, dignità, in una parola amore per la natura umana che si va ad indagare.
Lezione di realismo cinematografico dimenticato o rimosso dagli italiani, dove l'ironia (Madi seduto di spalle mentre guarda il poster di un uomo muscoloso regalatogli dal fratello) emerge come elemento principe di un'esistenza strappata al dolore, in cui non troviamo lo sguardo poetico di Kiarostami, ma la tenerezza dei volti e degli sguardi dei piccoli protagonisti, gesti amorevoli tra fratelli.

Il racconto si sviluppa fuori da ogni concessione melodrammatica, seminando informazioni (sapevamo del contrabbando di quaderni?) senza scivolare nel didattico, inserendo lo sguardo autoriale in modo impercettibile come nel migliore docu-drama, segnando la sospensione del tempo tramite elementi chiari ma non ostentati. E proprio il tempo divide quest'umanità dal resto del mondo, e se i bambini a scuola imparano come una litania del primo volo in aereo dell'uomo, ovviamente occidentale, ovviamente americano, qui il mulo rimane l'unica ricchezza e il maggior mezzo di trasporto.

Epilogo.
Il viaggio della speranza. Nazhad decide di portare Madi in Iraq per farlo operare. Porta con se, all'insaputa dello zio, il mulo dato in dote dal marito della sorella per venderlo. Di nuovo montagna, neve, gelo. Un'imboscata mette in fuga i contrabbandieri. Nazhad, da solo, cerca di rimettere in piedi il mulo completamente ubriaco. Piange, il piccolo uomo, si dispera, mentre i colpi di mitragliatrice lo sfiorano.
Il Tempo Dei Cavalli Ubriachi ci lascia con un finale sospeso come la realtà che non ha fine. Nazhad, Madi e il mulo varcano il confine. M.d.p. in campo medio frontale. I personaggi escono dall'inquadratura. Rimaniamo lì, per un secondo, a guardare il filo spinato, consci di trovarci al di qua della linea di sopravvivenza, lontani da un mondo dove i film si girano nel nome di Dio.

© 2001 reVision, Emanuela Liverani





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