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Two Lovers1h 50'
Regia: James Gray Non v’è dubbio che James Gray prediliga la dimensione notturna dell’esistenza. L’autore
di questo sorprendente, magnifico Two Lovers, presentato in concorso nell’edizione dell’anno scorso del Festival di
Cannes, ci appare naturalmente apparentato con quella memorabile schiatta di cantori dell’ombra (come Peckinpah, Scorsese e
Altman) che, negli anni Settanta, hanno raccontato il lato oscuro dell’America ferita attraverso l’epica quotidiana di personaggi
in preda ad un desiderio di redenzione. E questo fin dal suo esordio (che fu uno dei più rimarchevoli degli anni Novanta),
l’abbacinante tragedia familiare di Little Odessa a cui seguì The Yards (inedito in sala e recuperabile in DVD),
spietata esplorazione noir dei meccanismi della corruzione e della violenza che recuperava la lezione del primo Friedkin inaugurando
il sodalizio con il suo attore–feticcio, Joaquin Phoenix, presente ancora in coppia con Mark Whalberg nel serrato ed ipnotico
poliziesco di qualche anno successivo, We Own the Night (da noi ribattezzato I Padroni della Notte). Ed è sempre
Phoenix (nel frattempo divenuto icona dell’antidivismo, barbuto e scorbutico come Montgomery Clift) il protagonista elettivo
di Two Lovers, folgorante affondo narrativo che ha le misure dei grandi classici, palesandoci il dark side di una storia
d’identità ammalate in amore nell’America d’oggi.
Lo scenario privilegiato è quello del suo primo film, il quartiere di Brighton Beach, a Brooklyn. Gettatosi da un ponte, il
Leonard interpretato dal magnetico Phoenix viene tratto in salvo: lo scopriamo affetto da una depressione devastante, sindrome
bipolare che è conseguenza di una cogente delusione amorosa che lo ha costretto a mettere da parte il proprio talento di fotografo.
E scopriamo il suo rifugio familiare, la sua ascendenza ebraica solidificata dalla presenza del padre Reuben (l’attore israeliano
Moni Moshonov), titolare di lavanderia che, con la complicità della moglie Ruth (una ben ritrovata Isabella Rossellini), induce
il figlio a conoscere la rampolla di una coppia d’amici, proprietari di un’azienda che potrebbe fondersi con quella di famiglia,
la pacifica e rassicurante Sandra (incarnata da Vinessa Shaw, la memorabile prostituta Domino di Eyes Wide
Shut). Il rapporto, che sembra consolidarsi anche attraverso comuni predilezioni cinefile, viene sconvolto dall’improvvisa
irruzione della bionda e volubile Michelle. E’ una vera e propria tempesta perfetta per l’emotività già segnata di Leonard,
faticosamente tornato al trantran d’impiegato alla lavanderia e fotografo per vanto, tanto più che la nuova donna ha i tratti
malinconici ed enigmatici di Gwyneth Paltrow, la più hitchcockiana delle neo–dive sulla piazza (che conferma qui una ritrovata
efficacia dopo la bella prova nei panni della poetessa suicida Sylvia Plath nel film di Christine Jeffs), incapace di nascondere
incertezze e lacerazioni profonde derivate dalla sua liminare condizione di mantenuta a cui provvede il facoltoso (e sposato)
avvocato Ronald (Elias Koteas), avendo perdipiù alle spalle problemi familiari che la spingono a far uso di additivi chimici.
E’ lei a spingere i due uomini ad un incontro incrociato a tre in un ristorante, dove l’avvocato cerca di appurare l’utilizzo
di droghe da parte della donna mentre questa vuole mettere alla prova la tenuta della propria relazione proibita.La sospesa situazione sembra poi pendere a favore di Leonard quando Michelle subisce un aborto e viene lasciata dal maturo amante. Dopo la convalescenza, per l’uomo si pone il problema di dare sostanza alla possibilità amorosa: un salto nel vuoto con l’agognata, fragile donna dei sogni o il ripiego rassicurante con l’equilibrata Sandra. Fuggire o rimanere sono due opposti movimenti che conducono nel medesimo, esistenziale cul de sac? Questa è la domanda. Non rivelare altro della trama ci serve a ribadire che Two Lovers è un mèlo avvincente "fino all’ultimo
respiro", servito da una splendida sceneggiatura, firmata dallo stesso Gray in coppia con Richard Menello, assai minuziosa
nel delineare risvolti emotivi e psicologici. Così come l’ipnotica ambientazione suburbana magneticamente stagliata dalla fotografia
di Joaquin Baca-Asay. Il perno di questo film materico ed affilato è naturalmente Joaquin Phoenix, attore maiuscolo la cui
recente crisi annunciata al David Letterman Show attraverso un’apparizione–shock con barbone, occhiali scuri e chewing-gum
inquieta non poco. Qui la sua performance è strepitosa, giocata tutta d’intensità e per sottrazioni, dolorosamente fisica.
Si vedano le bellissime sequenze in discoteca (dove le micro–torsioni del suo corpo divengono emblema di un disagio esistenziale
e manifestazione di schisi) e sul tetto di un palazzo (quando la sua dichiarazione d’amore a Michelle si trasforma in struggente
affermazione di volontà vitale). L’eclatante doppiezza del personaggio e del suo interprete non fa che ribadire un dato: in
Two Lovers ogni cosa ha la sua doppia dimensione. Due sono le donne, Sandra e Michelle, e due le famiglie, quella di
Leonard e quella di Sandra, pronti ad un’economica fusione per interessi. Ma tale geometria appare aberrata ed aberrante,
sconvolta dalla vertigine del rapporto tra i due protagonisti che alimentano un desiderio (forse) impossibile, sfidando le
barriere fisiche e sociali che rendono tortuosa la loro love story acida e struggente.In questo dostoevskiano rincorrersi per poi perdersi c’è lo strazio di chi ancora afferma la necessità dell’utopia pure in un mondo così sfatto. E spesso la macchina da presa si ferma sulla soglia per farci ascoltare, più che vedere, le accensioni dei personaggi o la morbosità della loro condizione (Michelle entra in scena mentre inveisce contro il padre fuori campo, mentre Ruth osserva di nascosto le gesta del figlio). In questo teorema sulle pulsioni, la logica hitchcockiana del suspense anima il talento narrativo di un regista, James Gray, da riscoprire e da seguire come si deve fare per le poche firme rimaste sul campo del cinema–cinema. © 2009 reVision, Francesco Puma |
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