![]() |
Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links |
|
![]() |
Tutta la Vita Davanti1h 57'
Regia: Paolo Virzì Come la Vesna di un mai troppo lodato film, la nostra Marta vorrebbe essere veloce.
Ma intanto si limita a sognare ad occhi aperti, pure in autobus, immaginando gli astanti, a bordo e fuori, ballare in un mondo
finalmente colorato. Questa Candide dei nostri grigi tempi è un’aggraziata e colta palermitana, una 110 con lode in filosofia
(corredato da tesi in teoretica sul contrastato rapporto tra Heidegger e Hannah Arendt). Isabella Ragonese, che la interpreta,
palermitana lo è davvero (l’abbiamo già notata in Nuovomondo di Crialese) ed è soprattutto
capace di dare luce intelligente alla nuova fatica (la ottava) di Paolo Virzì, Tutta la Vita Davanti, già di per sé
emanante bagliori mai notati in altre prove (è il suo film più riuscito).Capiamo subito che Marta è una delle sacrificate della presente Italietta ingrata e sgranata, destinata ai lager al neon del precariato liberista e classista che deprezza l’intelletto e fa di ogni bagaglio culturale carta straccia non riciclabile. A confronto con i disponibili baroni e baroncini alla cattedra della laurea inutile, la nostra dimostra una vitalità che svilisce ulteriormente la depressa immaturità delle mummie professorali. Ma tanto non basta e Virzì evidenzia l’assurdo gap, generazionale sì ma anche sociale e politico, ambientando la sua crudele commedia (ispirata all’illuminante reportage della giovane sarda Michela Murgia) in una Roma periferica e spettrale anche di giorno coi suoi prefabbricati di vetro e giardinetti mangiati dall’asfalto della circonvallazione e affumicati palazzoni sul Tevere che sembrano riverberare la degenerazione architettonica e civile annunciata dalla commedia all’italiana e dalle sue feroci derive apocalittiche (fino a quel capolavoro che è L’Ingorgo dell’indimenticabile Comencini). Un pigro, orripilante, amorfo tirare a campare come leitmotiv da condividere per integrarsi meglio: è questo che divora ogni
entusiasmo riducendolo a frustrante tristezza e a solitudine incipiente, condizioni a cui la povera Marta sembra adeguarsi non
reagendo ai continui rifiuti lavorativi dell’attuale mercato invaso di domande senza risposta. Finché s’imbatte nella piccola
Lara che la invita a farle da baby sitter conducendola nello squallido, periferico habitat dell’immatura e snaturata madre Sonia
(interpretata da una delle presenze più intense del nostro cinema, la brava Micaela Ramazzotti che al personaggio conferisce
con ironia la disperazione dovuta). Questa lavora nel turno pomeridiano di un fatidico call center, buono a pubblicizzare un
inutile ed ingombrante elettrodomestico della Multiple, azienda–simbolo dei contemporanei plusvalori della depressione incipiente.
Qui si concentra l’implicito je accuse dell’originaria satira, della sceneggiatura (firmata dal regista e dal suo fedele Francesco
Bruni) e del virtuosistico ma controllato impianto del film. Si sciorinano i riferimenti non casuali dell’alienazione yuppie
e neo-con degli incravattati aspiranti al ruolo di cummenda con tanto d’incitazioni mattutine al ritmo di una jingle aziendale
titolata "Un mondo nuovo" (l’ha composta per l’occasione Carlo Virzì mentre le musiche, assai evocative, sono del talentoso
Franco Piersanti). E poi una depressa galleria di ipocrisie da competizioni dei travet (ben oltre l’acidità paradossale di
Fantozzi), penitenze, premiazioni indotte, veline pubblicitarie computerizzate ed umiliazioni che esplodono in beffarda ira
funesta, come accade alla telefonista Maria Chiara (Valentina Carnelutti) che, vedendosi scavalcare nel ruolo di prima della
classe proprio dall’inconsapevole Marta, prima si sfoga con un ignaro cliente e poi accetta le dimissioni in tronco sbeffeggiando
la caporiona Daniela, la madre di tutte le telefoniste del postaccio, incarnata da una ferina Sabrina Ferilli, mai così coraggiosamente
sgradevole. Questa è "strapazzata da anomala passione" dall’avvilente boss della Multiple, Claudio Santarosa (a cui il bravo
Massimo Ghini offre un timbrato cinismo mutuato da Alberto Sordi), atletico e ieratico quanto basta da gestire il tifo dei suoi
impiegati in puro stile Grande Fratello (non quello di Orwell!) addestrandoli come fossero una squadretta di calcio. Naturalmente
l’omino nasconde come può la propria condizione di divorziato a cui è impedito incontrare i figli, la depressione di debiti
in fieri e la pargoletta adolescente che aspira a rifarsi le tette.In quest’esemplare deserto di solitudini dove persino la crudele Daniela è da compiangere, la nostra sognatrice vittima sacrificale incontra l’inquieta angoscia di Lucio 2, venditore rampante, prima vincente e poi sfigato a cui presta il duttile aplomb (molto lost generation all’italiana) quel rilevante animale da cinema che è diventato Elio Germano. Lo incontra e se n’affeziona per poi venire travolta dall’energico vigore illuminato di Giorgio Conforti (Valerio Mastandrea), sindacalista della Cgil-Nidil disposto a denunciare la condizione dei precari macellati in questo che è un call center realisticamente simile a tanti altri operanti lungo le trincee occupazionali di questa nostra povera Italia, laddove si abusa di mobbing, clientilismo, favoritismo e i tanti altri sismi dell’incontrollato tran-tran sottopagato di cui sono vittima i neo–proletari in cerca di sicurezze impossibili. Cavalcando l’esperienza della messa alla berlina di una condizione subita, Marta riuscirà così a varcare la prestigiosa soglia di una università di eccellenza producendo una tesi che mette a confronto la teoretica sull’esserci dell’amato Heidegger a quella, contingente, dell’alienazione vissuta in sintonia col Grande Fratello, metafora oggi come oggi naturalmente sopraesponibile. Utilizzando la voce off, sinuosa ed ammiccante, di Laura Morante, Virzì stempera l’arrabbiato e condivisibile assunto con i
toni fiabeschi riferiti ad un assurdo italiano da stigmatizzare con forza, servito dall’equilibrio dello script, dall’evocativa
scenografia di Davide Bassan, dal montaggio fluido e compatto di Esmeralda Calabria. Ma è la sua regia ad essere intelligentemente
equilibrata, attenta a delineare le psicologie dei caratteri senza mai precipitare in un compiacente grottesco alla Vanzina.
Così, ispirandosi alla tradizione monicelliana unitamente a quella del migliore made in Usa indipendente, lega ambienti e
personaggi lasciando che il dramma affiori come retrogusto impietoso.
Il décor svuotato dell’appartamento di Daniela si riverbera nell’asetticità annichilente dello scenario aziendale, così come
nel fatiscente interno dell’immatura Sonia, di facili costumi ma fondamentalmente onesta quanto lo era la Sandrelli nel capolavoro
di Pietrangeli, Io La Conoscevo Bene.La vena satirica alimenta la corrosiva malinconia di episodi come quello che riguarda la madre di Marta, solitaria malata terminale, interpretata con partecipata compostezza da Mary Cipolla (attrice teatrale qui al suo debutto su grande schermo). Viene pure raccontato per emblematici accenni, attraverso timide telefonate (durante le ore di lavoro di Marta) il suo rapporto con un’anziana signora la quale ha perduto la nipotina ventitreenne. Quando Marta si reca a restituirle una somma sottratta dal mellifluo Lucio 2, entrambe le donne si ritrovano nella consapevolezza dolorosa di una perdita struggente (una sequenza che svela la leggerezza di tocco del regista). In alcuni passaggi, poi, prendono ancora consistenza le giocose trasfigurazioni della protagonista, attraverso le note di "Whatever will be, will be (Que Sera, Sera)" cantata da Doris Day nel favolistico accenno musical della catartica scena del funerale della madre. In questo minimalistico affresco sulle piccole tragedie della classe soccombente nel nostro Paese, si avverte la tenacia di chi vorrebbe imporre la prospettiva di un progresso auspicabile, magari privo di quelle ideologiche motivazioni di quarant’anni fa però pieno della stessa caratura utopistica in grado di sconfiggere l’immaturità e la disumanità imperanti. Ritrovandoci a condividere le vicissitudini e i colpi d’ala di Marta, assieme agli opposti smarrimenti di Sonia, è dato di specchiarci, con empatia speciale, nello sguardo della piccola Lara, nel suo sorriso che ci fa sperare in un mondo che la speranza sembra averla smarrita senza mai averla avuta davanti a sé, in nome di una vita troppo debolmente sacrificata alle tragiche leggi di un profitto inutile. © 2008 reVision, Francesco Puma |
|