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Tulpan – La Ragazza che Non c’EraTulpan - 1h 42'
Regia: Sergei Dvortsevoy Se c’è un motivo per vivere bene le caotiche e frastagliate atmosfere di un festival, è l’occasione di scovare pellicole come
Tulpan, perla di origine kazaka firmata da Sergei Dvortsevoj, e buona a dare linfa, nel circuito devitalizzato del d’essai
nostrano, ad una stagione che si avvia ad un assolato termine. Presentato l’anno scorso al "Certain Regard" di Cannes (dove ha
vinto un meritato premio) questo miracoloso esemplare di cinematografia "altra", fatta della stessa materia di cui sono fatti il
vento e la sabbia, espone l’evocativo sottotitolo de La Ragazza che Non c’Era predisponendoci al miraggio e al sogno.Abbacinante ed evanescente è lo scenario esotico della steppa mongola, teatro della storia, abitato da nomadi sotto le tende e solcato da pecore e cammelli. E’ un paesaggio desertico continuamente esposto al trauma di una morfologica metamorfosi a causa delle trombe d’aria, ma dove il tempo, nelle sue articolazioni ritmiche, sembra essersi fermato. E’ il tempo del mito che allude agli eterni ritorni dell’identità umana e al conflitto con la natura, nodo intrecciato musicalmente dalle calde tonalità di una voce femminile che interpreta antichi canovacci kazaki. In quell’inospitale paesaggio tutto appare arduo, per gli uomini e per gli animali (come gli agnelli che stentano a venire al mondo dal ventre materno). Ma pure in tale separato contesto affiorano i segni del mondo nuovo e dei suoi paradigmi culturali: se una radio rimanda la voce di un ministro, da una musicassetta fuoriesce la ballabile canzone "Rivers of Babylon" dei Boney M, motivo degli anni ’70 che è l’approccio al postmoderno di Boni (Tolepbergen Baisakalov) un ragazzo–pastore alla guida del suo vecchio trattore e che sogna di fuggire da quel posto senza futuro. Questi è l’amico di Asa (Askhat Kuchinchirekov), il giovane protagonista che, finito il servizio nella marina russa, decide di tornare dalla sorella Samal (Samal Yeslyamova) che vive, assieme ai tre pargoletti, con il marito Ondas (Ondasyn Besikbasov) nella steppa. Stabilitosi nella loro iurta in attesa di decidere il da farsi, Asa subisce le vessazioni del cognato che lo tratta da bambino e a cui lui vuole dimostrare di avere idee chiare per il proprio futuro: costruirsi una tenda con un’antenna satellitare (finestra sul mondo), farsi un gregge proprio e soprattutto trovare una moglie. Nel desolante circondario sembra esserci una sola ragazza da marito, la Tulpan del titolo, bellezza misteriosa e scostante (il cui nome deriva dal tulipano) che il regista inquadra solo per pochi secondi e di spalle: il suo desiderio è di trasferirsi in città ed è restia ad accettare la corte di Asa le cui orecchie grandi non incontrano il suo gusto. Il pretendente dal dolce sorriso fallisce nei suoi intenti seduttivi mentre la natura intorno mostra il proprio aspetto aberrato
attraverso la morte degli agnellini appena partoriti (un mistero che il film ci racconta con commovente pudore) e la furia della
tromba d’aria, metafora di una mutazione annunciata nelle cose e nel destino dei personaggi (alla fine, la fanciulla deciderà di
lasciare il posto in cui vive alla ricerca di una rinnovata dimensione esistenziale). E’ stupefacente la capacità mostrata da
Dvortsevoj di amalgamare gli elementi drammatici legati alle tribolazioni sia animali sia umane (il travaglio della pecora, il
cammello con la testa ferita, un cane che gioca da solo sconsolato si relazionano alle vicende di amari ed ambizioni frustrate
dei protagonisti), il tutto inscritto nell’aspro paesaggio di una quotidianità impervia e dolorosa.Documento antropologicamente prezioso sulle condizioni di vita dei pastori nomadi, Tulpan è il primo lungometraggio a soggetto di un documentarista intelligente e sensibile, capace di cogliere fenomenologicamente il fluire delle giornate degli abitanti di questa terra desolata dove i tre figlioletti di Ondas e Samal trascorrono il proprio tempo immaginando i compagni di giochi e avventurandosi, come il più piccolo, a carponi fuori la tenda, o ascoltando, come fa l’altro, le notizie alla radio per poi riferirle al padre mentre echeggia il canto elegiaco e cristallino della piccola Maha (Mahabbat Turganbayeva). In questo luogo restio a farsi raccontare, i legittimi afflati verso la civiltà si confondono all’esibizione di desideri primari: quei desideri che siamo tentati di provare ogni volta che c’imbattiamo in limpide rappresentazioni come questa, buone a prospettare i valori della vita e della morte secondo la remota logica dell’origine di tutti i miti. © 2009 reVision, Francesco Puma |
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