Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



Troy

2h 45'

Regia: Wolfgang Petersen



Di tutte le guerre di Troia imperversate sugli schermi, Troy è la più atea e la meno sanguinosa. Atea non in quanto miscredente, ma in quanto fisicamente priva di dei. Impresa incredibile a dirsi, l’“Iliade” viene purgata da ogni escatologia e da qualsiasi intervento divino. Come il Godot di Beckett, l’Olimpo spicca per assenza. Nessun Marte che imperversa sul campo facendo strage di achei (e dunque nessun Diomede che lo ferisce). Non è Afrodite a salvare da morte certa Paride durante il duello con Menelao, ma più prosaicamente Ettore che si pone in mezzo tra i due. Sebbene mai esplicitamente negata, la potenza degli Immortali è messa ironicamente tra parentesi. “Davvero sei invulnerabile?” domanda un ragazzo ad Achille, e lui risponde: “Se fosse così farei a meno dello scudo, non credi?” Poco dopo decapiterà senza complimenti la statua di Apollo, caro ai troiani. E nel silenzio della tenda, confesserà a Breiseide: “Gli Dei ci invidiano”. Come il Montgomery Brogan de La 25° Ora (altra grande sceneggiatura di David Benioff), Achille è un uomo-dio malato di scetticismo, in bilico tra il divenire incerto degli umani e la predestinazione dei cieli.

Paragonato al recente cinema statunitense, e in primis al fervore penitenziale de La Passione di Cristo, l’agnosticismo gelido di Troy giunge quasi paradossale. Se Gibson è assetato di sangue e dogmi, Petersen vaga nel dubbio e smussa ogni digressione truculenta: Achille non fora più gli stinchi al cadavere di Ettore, ma si limita a passargli la corda attorno ai piedi. E magari la cosa sembrerà assurda, ma Troy è a tutti gli effetti un film pacifista. A parte l’astio geloso tra Menelao e Paride, la trama non mostra mai un concreto sentimento d’odio tra i due popoli. Si lotta e si uccide non per disprezzo dell’avversario, ma per una duplice qualità di amori: per la guerra, il fascino dell’agonismo e della contesa; e per la fama, il desiderio di veder perpetuato il proprio nome. Appena deposte le armi, ogni rancore sembra dissolversi: Achille chiama fratello la salma di Ettore, e lo stesso farà Ulisse alla salma di Achille. Seppur divisi dalla ragion di stato, greci e troiani si ritrovano uniti da due granitici collanti: la religione (i rituali funebri comuni ad entrambi) e le donne (che passano simmetricamente dall’uno all’altro fronte).

Altro connotato rilevante è la dimensione “teatrale” del conflitto. Si combatte per l’onore, dunque è necessario un pubblico. “A che giova ucciderti, se qui non ci vede nessuno?” dice Achille a Ettore. Si combatte per un pubblico, dunque è necessaria la lealtà. Durante i vari duelli tra i campioni degli opposti schieramenti, i soldati cessano spontaneamente le ostilità per riunirsi in un eterogeneo circolo. E nella scena in cui Ettore si accorge che sotto l’armatura di Achille non c’è il suo immortale nemico, ma il cadavere del giovane Patroclo, si ritrae inorridito come se avesse commesso un “delitto”. Poi, rivolto ad Ulisse, sussurra: “Basta per oggi”. Ed entrambi gli eserciti si sciolgono senza colpo ferire, come spettatori al termine di un dramma.
Malgrado il tallone d’Achille di una regia avara di invenzioni e dai ritmi decelerati, il risultato è un kolossal godibile e intelligente, con attori bene in parte come Peter O’Toole (Priamo), Eric Bana (Ettore), Diane Kruger (Elena) e il pelide Brad Pitt che per una volta rinuncia ai suoi tipici eccessi burleschi. Troy non è l’“Iliade”, ma un divertito ipertesto che concede la voce narrante ad Ulisse (!), elimina personaggi a suo piacimento e sfocia arditamente nell’“Eneide” (l’episodio del cavallo di legno), per concedersi momenti arguti come il passaggio della “spada del potere” dalle mani di Paride a quelle di un fuggitivo Enea, sorta di “staffetta” intertestuale tra i due poemi. Accusare la sceneggiatura di infedeltà filologica non ha alcun senso; molto più grave è forse la sua infedeltà “emozionale”. Come si può rinunciare ad una sequenza stupenda come quella di Ettore che al cospetto di Achille fugge terrorizzato il suo destino e compie tre volte il giro delle mura?
Ma se spesso e volentieri Troy dimentica Omero, non dimentica affatto il nostro presente. E più che fra Grecia e Troia, la vera contesa che mette in scena è quella fra Achille idealista liberal e Agamennone politicante dittatore. La presa di Troia immaginata da Petersen ha la velocità che gli anglo-americani avrebbero sognato a Baghdad. E come non vedere nella coppia Menelao-Paride gli ex amici e soci in affari Bush-Saddam? Come non vedere in Agamennone che il giorno stesso dello sbarco annuncia: “Domani festeggeremo a Troia”, la medesima ottusità del presidente USA che nel maggio 2003 proclamò: “Missione compiuta”?

© 2004 reVision, Dante Albanesi