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Ballo A Tre Passi

1h 47'

Regia: Salvatore Mereu



La realtà dell'isola come frontiera ai confini del mondo, una storia semplice, pochi soldi, il dialetto e l'improvvisazione. Il film del regista sardo Salvatore Mereu, selezionato per la Settimana della Critica, si muove, traballando, fra verismo e decalogo Kieslowskiano. Film minimale o minimo? Si tratta, quantomeno, di una di quelle pellicole che lasciano un sapore strano sul palato. La sensazione è quella, fastidiosa, di non aver capito il messaggio, assecondata dal dubbio che anche l'autore non sapesse con troppa chiarezza che pesci prendere.
"Ho provato a cumulare la vita vera in una serie di suggestioni che non avessero evidenti rapporti di causa-effetto se non nella contiguità fisica tra alcuni protagonisti", ha detto Mereu, e la mancanza di nessi logici nella narrazione, infatti, è ciò che maggiormente salta agli occhi dello spettatore. Ispirazione? Coraggio? Inconsapevolezza dei propri limiti? Arroganza di scagliarsi nell'infinito dimenticando di fissare un bersaglio? Forse non c'è risposta.

Quel che è certo è che la cinepresa che riprende senza alcuna partecipazione le giornate prive di scopo dei protagonisti del racconto corale è essa stessa occhio impietoso che nulla risparmia dello zoo umano messo in scena, facendo scempio dello spettacolo della vita ai limiti dell'abbrutimento, essenziale e rituale come quella degli animali selvatici, rappresentando una realtà sub umana, diversa per ritmi, gesti e perfino per lingua. Non per nulla il regista sceglie di girare in dialetto sardo, per non intromettersi o manipolare con la sua possibile interpretazione la vita vera, seguendo le stagioni e le avventure piccole e banali di personaggi accomunati solo da una condizione di isolamento senza riscatto.
Una non storia, dunque, che parla di realtà di confine con l'approccio scientifico e asettico di un'autopsia. E ciò che viene indagato, infatti, non è altro che un cadavere: la carcassa della civiltà, della tecnologia, del nostro tempo e, perfino della lingua nazionale. I protagonisti sono colti in momenti della vita che seguono, senza troppa fantasia o innovazione, i ritmi delle stagioni, dalla primavera all'inverno, scelti senza alcun riguardo alla loro specialità o alla particolarità dell'evento vissuto ma solo per dare l'idea che si trovassero lì per caso quando la cinepresa cominciava a girare...

© 2003 reVision, Elisa Schianchi