![]() |
Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links |
|
![]() |
The Tree of Life2h 18'
Regia: Terrence Malick L’albero della vita, film, è un progetto tanto ampio quanto quello reale intrapreso dai
biologi. Un compito, un dovere, nonostante poi sembri difficile, quasi impossibile non cadere nelle tenebre, nel peccato originale
della specie umana, laddove quest’ultima sembri pregiudicare la sostanziale caratteristica del mondo naturale: l’”esserci”
senza crisi dell’Essere. Così Malick mostra le immagini di questa sostanziale antinomia, tra vita e non vita, tra essere e non
essere, tra beatitudine quasi paradisiaca e crisi. Dobbiamo dire non vita piuttosto che morte, perché la morte è un fenomeno
di fronte al quale occorre arretrare, “rasserenarsi” nel dolore. Dal lutto, infatti, parte l’ultima opera di Malick. Dalla sua
elaborazione “paradossale”, quasi impossibile di fronte alla Bellezza meravigliosa dell’Essere. Del mondo, della Natura, di
tutti gli esseri viventi che vivono nello spazio e nel tempo della Storia dell’Universo. E perfino nei corpi celesti, nelle
luci e ombre dei pianeti lontani, tra gli anelli spumeggianti di Saturno, nei chiarori rossastri delle macchie di Giove. O nella
semplice luce, misteriosa, pura, essenziale che attraversa il film come un filo rosso. E nella voce fuori campo dei vari personaggi
che è testimonianza del senso di stupore di fronte a questa antinomia, alla contrapposizione tra vita e non vita.Nella prima parte, dopo una lunga beatitudine celeste delle immagini, del filo d’erba, del raggio di sole, dei rami degli alberi, dei fiori multicolori, e dei fenomeni marini e vulcanici, maree spumose, e lapilli vulcanici, torrenti e cascate impetuose, acque profonde degli oceani, farfalle, stormi di uccelli, creature preistoriche in 3d, tante ma tante meduse e vari celenterati (per cui purtroppo qualcuno si è banalmente sentito in un documentario di Piero Angela o del National Geographic). E tutto questo come Storia del Tempo e dello Spazio, con il tramite di un periodo centrale, gli anni cinquanta in uno Stato nordamericano del Sud, sommerso dalla sua vegetazione rigogliosa, dalle ville bellissime e felici, abitate da esseri in piena armonia con il loro mondo. Ma solo apparentemente. Perché la beatitudine si spezza. Dalle finestre scorgiamo l’agitazione dei personaggi, un padre che urla contro i figli e la moglie, e perfino un figlio che desidera la morte del padre. E fuori è ancor peggio: alcuni detenuti sono trascinati a forza dentro un’auto della Polizia e un lutto locale per un fanciullo annegato devasta le coscienze degli abitanti del paese. In questa seconda parte la visione di Malick diventa cupa, schierata. E ci sono due scene che chiariscono in modo perfetto la
considerazione della specie umana divisa nel genere femminile e maschile. Il padre e il figlio maschio si incontrano e si rivelano
il loro male interiore, la loro insana e pressoché irredimibile cattiveria di cui soltanto in parte riescono a controllare gli
effetti: ma la consapevolezza sicuramente potrà aiutarli a cambiare, il riconoscimento li porterà a una nuova fiducia in loro
se stessi, come uomini, maschi che possono vivere lontani dal Male, che è anche figlio dell’Egoismo, dell’Ambizione, e dell’avidità,
poi tirata in ballo da Sean Penn, nella parte dedicata al mondo contemporaneo: avidità di cui soffre tutto il genere umano
destinato probabilmente all’estinzione. In questa parte la verticalità delle architetture contrasta con l’ambigua bellezza della
luce che attraversa i cristalli. Fino al ponte di San Francisco, il Golden Gate che unisce invece che separare come gli appartamenti
degli uffici nei grattacieli. Un ponte che può lasciare sperare in un salto evolutivo della Specie Umana, che forse è il passo
successivo dalla società del Ventunesimo secolo. Chissà!Dall’altra parte siamo di fronte ad un genere femminile in grado di gestire la crisi di Senso. La Morte può essere accettata. Tra madre e figlia si passa il testimone di una crudele Verità, ma che fa parte della Vita che continua. Così il genere femminile, intimamente legato alla Natura, alla Terra, può non solo redimersi da sue colpe, ma continuare a gioire per l’Essere, anche attraverso il passaggio nel dolore e nel lutto. Vita e non vita che si incontrano in modo naturale, pacifico. The Tree of Life è un film strepitoso nella capacità di comunicare ai sensi la Bellezza dell’Essere, la Gioia della
Vita al di là del Bene e del male. Malick usa il montaggio in maniera prodigiosa. Ogni sequenza e scena è tagliata al punto
giusto, un momento prima laddove il film rischia di essere ridondante (ancorché lo sia infine, ma in un modo sublime e perdonabile).
Malick usa tantissimo la ripresa sospesa con la mdp a spalla, vicino agli attori, ai visi. Ne risulta una sorta di galleggiamento
delle immagini, di sospensione. Tanto che a un certo punto fa levitare l’attrice protagonista femminile Jessica Chastain.
Innumerevoli le opzioni di ripresa, che capovolgono i soggetti, facendoceli osservare dai punti di vista più diversi.Si è detto che Tree of Life doveva essere la summa di molti film e generi. Perché non vederci almeno quattro film kubrickiani: Arancia Meccanica per la gioventù geneticamente perversa, Barry Lyndon per la sfida dell’uomo al Destino, Shining per la schizofrenia dei rapporti familiari, 2001: Odissea nello Spazio per la visione dell’Universo in relazione alla Storia umana. Malick, insomma, è uno dei pochi geni del cinema in circolazione. E abbiamo sempre bisogno dei suoi film. © 2011 reVision, Andrea Caramanna |
|