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Lost In Translation - L'Amore Tradotto1h 42'
Regia: Sofia Coppola Lo spaesamento del vissuto è una delle più affascinanti opzioni
dell’arte cinematografica. Densità dell’immagine che coincide con la
dispersione dei punti di riferimento. Una lenta immersione in un mondo che non
conosciamo. Là occorre riprendersi dall’angoscia del nulla. Tokyo già "ga",
vale a dire immagine wendersiana che si colora di mille sfumature
impercettibili. Tutta la natura del perdersi, del fluire, dello scorrimento
perpetuo delle cose. In questo flusso alieno, immobile, freddo, disumano,
invece s’incontrano due semplici sguardi, non dai cuori in inverno (come
Sautet), ma due esistenze gelate dalle sottili ironie della vita che deve continuare
perché "the show must go on". Il set fotografico per Bob/Bill Murray, attore,
maschera triste, il set non fotografico per Charlotte/Scarlett Johansson che
continua a seguire diligentemente un marito "impegnato" professionalmente, con
il sorriso dell’abbandono. Due solitudini quasi alla Michelangelo Antonioni
quando è il paesaggio intorno a creare quel distacco completo, a riempire dolorosamente
il senso di non appartenenza a quel mondo trasformato, perduto in mille (non
una) traduzioni. Altro che amore, come il titolo, fesso, italiano. Si è perduti
per sempre vicino al baratro dell’insensato; o delle telefonate
intercontinentali per decidere i colori della moquette e poi il trasporto
veloce degli oggetti da un angolo all’altro del mondo, Dhl o Fedex cara a
Zemeckis. O per aver accettato l’ennesimo lavoro, solo perché all’ombra di
tanti, tanti dollari o yen.
Lo sguardo lucido di Sofia Coppola ha il chiarore delle
piccole grandi rivelazioni del cinismo minuto, mai nominato (per educazione ed
ipocrisia), dell’umanità di sempre; coglie i riti meschini, deliranti,
imbecilli, della contemporaneità. La velocità del lavoro, il marito che corre
dentro la stanza d’albergo trafelato per prepararsi, il regista pubblicitario giapponese
che in dieci secondi dice mille parole (incomprensibili). Corse al cardiopalma,
fantasma sempre più sbilenco, macilento, di un’efficienza reaganiana che fu.
Bob e Charlotte oppongono fieramente il loro semplice astenersi, o meglio la
partecipazione strafottente, l’indifferenza verso la performance, glissano di
fronte all’attesa spasmodica degli altri, balbettano qualcosa tanto per levarsi
un fastidioso impaccio. Non importa più tanto lo psicologismo dietro le vicende
palpitanti dei due protagonisti, gli inutili problemi coniugali, e tutti i
luoghi comuni che potrebbero accumularsi. Per questo l’incontro tra due anime sole
si tiene lontano dal caotico svolgimento degli eventi. L’avvicinamento intimo è
possibile attraverso la creazione di uno spazio (nuovo), finalmente di sincero
scambio, laddove le attrazioni sessuali sono rese, anch’esse come atti,
retaggio di un modo fittizio di pensare l’incontro. La differenza d’età così
sarebbe solo funzionale all’obiettivo di celebrare qualcosa di diverso da un
adulterio, da dinamiche così lontane dall’immaginario banale, trito e ritrito,
delle attrazioni fatali e di tutti i suoi epigoni.Lost In Translation conduce al di là delle furie neopostcapitalistiche tra il consumo protratto di immagini clip, cartelloni pubblicitari sempre più schermi giganti digitalizzati, comodità a portata di pellemano nelle catene di alberghi super lusso, come se non fosse più possibile vedere oltre, superare la barriera dell’insensatezza, in un abbraccio misterioso, solo di passione umana, tra robot e macchine artificiali. © 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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