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Traffic

2h 27'

Regia: Steven Soderbergh



Non dispiace davvero che il titolo eversivo della cinquina degli Oscar sia anche un ottimo film, in grado di rilanciare il dibattito inesauribile sulla transcodificazione fra i linguaggi televisivo e cinematografico. Traffic è un’opera che riesce, come i migliori film di Oliver Stone, a ridurre il flusso televisivo, disordinato e indistinto, in testo cinematografico complesso e articolato. A partire da un tema, il traffico di droga sull’asse Messico-Stati Uniti, si sviluppano le ascese e le cadute del giudice Wakefield, del trafficante Carlos Ayala, del generale Salazar. Le tre vicende si alternano con un ritmo studiatissimo di stacchi ad effetto, che intervengono a tagliare bruscamente l’azione sempre prima di quanto ci si attenda, mentre un montaggio fortemente ellittico consente alla narrazione salti improvvisi e spostamenti repentini. La gestione degli spazi, nel deserto messicano come nel caos urbano, non manca di sorprendere, specie quando il film mette in scena situazioni agite da un grande numero di personaggi; a questo proposito la sequenza dell’arresto di Eduardo, che sarà accusatore di Ayala, è esemplare per concezione e realizzazione, e supera di gran lunga la prevedibile sparatoria fra FBI e narcotrafficanti vista in Hannibal di Ridley Scott.

Bisogna riconoscere a Steven Soderbergh (che qui a reVision, va detto, amiamo molto) una indubbia capacità di variare soluzioni di ripresa e di fotografia sempre funzionali all’istanza narrativa: la luce, il colore, la grana dell’immagine permettono sempre allo spettatore di riconoscere immediatamente il luogo dell’azione, mentre le scene in interni sono spesso introdotte da succinte inquadrature dal basso che invertono la funzione del "totale", caratterizzando in apertura la lettura della scena mediante l’angolazione; notevole pure l’uso degli inserti a legare i piani, come nella sequenza del golf club con le anatre "fra" le scene di dialogo al tavolo di Catherine Zeta-Jones.
Per quel che concerne gli attori, Soderbergh ha candidamente dichiarato che i divi gli servono perché il film ottenga visibilità; certo che se Douglas Jr. è all’altezza delle sue cose migliori (non troppe, in verità), e il Dennis Quaid “maturo” si era già distinto in Ogni Maledetta Domenica, addirittura superlativi ci sembrano Benicio Del Toro e Tomas Milian, decisamente dalle parti di Sheen/Brando in Apocalypse Now.
Quel che conta di più, però, è che Soderbergh dopo Out Of Sight e L’Inglese continui ad avere ben chiaro il primo problema di ogni cineasta consapevole: come dice Godard (citato da Lorenzo Esposito in "Filmcritica" n.511/512) "perché e dove inizio un piano, perché e dove lo finisco".

© 2001 reVision, Luca Bandirali