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The Tracker

1h 35'

Regia: Rolf De Heer



Stilizzando per quanto possibile il racconto, cercando nei personaggi e solo nei personaggi una verità che non è possibile rintracciare nell'ordinato sommarsi degli eventi, Rolf De Heer tenta, con il suo The Tracker, di raggiungere un obiettivo che è quello di portare lo spettatore a prendere coscienza dell'ampliarsi dello spettro delle possibilità in un mondo che l'uomo bianco che interpreta la sua missione di colonizzatore come fardello dettato dalla sua superiorità razziale e culturale non può che giudicare limitato dall'espressione di una volontà che sa riconoscere solo volontà concorrenti e non ipotesi che aprono nuovi scenari, nel chiarirsi di eventi che rinviano ad altri eventi.
Diventa allora importante a questo punto comprendere che la missione, diversa e quasi opposta, che interpreta la guida alla quale fa riferimento il titolo, l'aborigeno che dovrebbe soltanto prestarsi ad un disegno altrui, quello di spezzare le catene del pregiudizio e di affermare una giustizia sconvolta da chi pretende finalmente di chiarire, di dividere, di tracciare una via buona per sempre e per tutti, non è soltanto metafora di un ordine finalmente ristabilito, ma capacità di creare nuovi e più dinamici equilibri, in attesa di una "crisi" che sarà fondamento di un nuovo ordine, più produttivo, meno centrato sull'affermazione di poteri troppo poco disponibili al rischio dell'autoanalisi, non intenzionati a sondare i limiti di una visione del mondo che troppo poco pretende da se stessa.

Ma più ancora di questo interessa l'ironia con la quale la guida interpreta il suo ruolo, fino a rendere indistinguibile il confine sottile che separa quello che è possibile conquistare avendo ben chiaro l'obiettivo da raggiungere, che è quello di conquistare una certa sicurezza (naturalmente quella sicurezza che è possibile ottenere all'interno di un contesto che promuove la gestione autorizzata della forza) dal pericolo da evitare a qualsiasi costo, che - quasi all'opposto - è quello di rendersi indisponibili ad un inconscio dentro il quale qualsiasi affermazione dell'io, qualsiasi ricerca di un'identità meno flessibile di quel che la civiltà della tecnica sembra richiedere rischia di rappresentare l'uscita da qualunque forma di dialogo autentico, non deformato da intenzionalità che appartengono al gioco degli interessi costituiti.
Questo per dire, fra l'altro, che il tono da ballad che assume il racconto fin dalle prime battute, come pure l'esemplarità dei rituali messi in scena, che sembrano solidificare un divenire storico che è semplificato fino al punto da assumere l'aspetto di un meccanico riproporsi di situazioni che alludono soltanto ad una coazione a ripetere lontana dall'esprimere archetipi che è possibile "agire" in qualche modo, diventano a poco a poco altro da quello che appaiono, deformando le superfici che credono di voler restituire sullo schermo senza finzioni ideologiche di sorta, fino a rappresentare un'altra scena. Quella di uno scontro di civiltà tutt'altro che immobili e anzi seriamente intenzionate a lasciar intuire il superamento di una dimensione solo orizzontale dell'essere, chi in vista dell'affermazione del primato della tecnica e della volontà che vuole innanzitutto se stessa, chi nel tentativo di assicurare all'esistenza un fondamento che è interpretazione autentica del divenire.

© 2002 reVision, Marco Marinelli