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Toy Story 3 - La Grande Fuga

1h 42'

Regia: Lee Unkrich



Vedere Toy Story 3 – La Grande Fuga lascia spazio a qualche riflesso autobiografico. Mi si permetta un ricordo d’infanzia, un ritratto da cinefilo da cucciolo: l’8 millimetri proiettato sulla parete, un film muto con protagonista una bambina e una bambola di pezza da lei sostituita, durante la notte di Natale, con una bambola più nuova. Il vecchio giocattolo prediletto si anima magicamente facendo vivere alla piccola un’esperienza meravigliosa. In questo arcaico, ingenuo filmetto c’è tutto l’archetipo collodiano, continuamente raccontato dalle favole in letteratura e a cinema: anche i giocattoli hanno un’anima. E ad animarli provvede sempre lo sguardo del bambino capace di proiettare su di loro un’ansia naturale di trasfigurazione: l’ansia di Pinocchio che da pezzo di legno vuole farsi carne e ossa, come ogni bambino vuole farsi adulto, guardando oltre se stesso per imparare a scoprire il mondo e i suoi oggetti. Di questo ci parla la saga di Toy Story che ha inaugurato la riscossa della Pixar di John Lasseter (pioniere e innovatore dell’animazione digitale, grande artigiano capace di comporre storie evocative dosando elementi psicologici e immaginifici con un portentoso gusto per il dettaglio espressivo). Per la Pixar l’evoluzione non è solo tecnologica ma risiede nel contenuto delle storie che racconta, nelle idee di sceneggiatura, nella composizione figurativa. Una raffinata capacità affabulatoria che elabora emozioni, che sa come catturare la fantasia del piccolo spettatore, lasciando spazio a quel rapporto speculare che in ogni racconto permette l’incontro tra bambino e adulto, un dialogo fatto di segni allusivi, di suggestioni, di metafore che sono il fulcro di ogni processo conoscitivo. I primi Toy Story, gioielli tra i tanti della Pixar, sono già due classici (ristampati in 3D e presentati in anteprima mondiale alla passata edizione di Venezia). Il terzo capitolo è un autentico capolavoro d’invenzioni, di ritmo e d’ironia servito dalla solida regia dell’esperto Lee Unkrich, già co–regista del secondo capitolo della saga dei giocattoli, del geniale Monsters, Inc. e del meraviglioso Alla Ricerca di Nemo. A chi frequenti l’universo screziato del contemporaneo cinema d’animazione, non sfuggirà la presenza citazionista di Totoro, il morbido e silenzioso peluche (inventato dal genio di Hayao Miyazaki nel suo poetico lungometraggio d’esordio) che campeggia nella stanzetta della piccola Bonnie. E quando la piccola, in un passaggio del film, si nasconde in un baule, se lo porta dietro, come complice eletto.

Con una sequenza che rende omaggio alle mitologiche atmosfere western (la lunga corsa al treno), con l’entrata in scena di un tirannosauro (di marca fantasy), di un’astronave a forma di porcellino gigante, si apre questo terzo capitolo di Toy Story, tutto giocato sull’ibridazione dei generi, su un espressivo melange che strizza l’occhio ai topoi più riconosciuti della storia del cinema. All’inizio, in un fulmineo flashback che ce lo mostra intento a colloquiare con i suoi giocattoli, c’è il protagonista Andy ancora bambino e già fervido d’immaginazione (una sequenza ripresa da una telecamera digitale). Poi eccolo, diciassettenne, sulla via del college, deciso a crescere. I celeberrimi soldatini con il piedistallo, in questa nuova puntata, fanno solo un cameo, uscendo di scena quasi immediatamente dalla finestra. C’è Molly, la sorellina di Andy, pronta a prendere il suo posto nella stanza da letto, costretta dalla madre a sbarazzarsi dei suoi giocattoli per donarli all’asilo "Sunnyside". L’annoiato Andy, per lasciarsi alle spalle il passato, mette quelli suoi in un sacco d’immondizia per posteggiarli in soffitta. Il suo dilemma è se è utile salvare dall’oblio il cowboy Woody o l’astronauta Buzz Lightyear per condurli con sé al college: la scelta va a Woody. Ma un equivoco vuole che il sacco d’immondizia venga posto dalla madre sul marciapiede. Delusi e spaventati dall’atteggiamento di Andy (già pentito), i giocattoli tentano una via di fuga nascondendosi nel portabagaglio dell’auto della madre di Andy e Molly. Woody s’industria a difendere, di fronte ai suoi amici, Andy, ma loro hanno già deciso di trasferirsi al "Sunnyside", l’asilo che dovrebbe garantire loro un sicuro rifugio. Il luogo è, all’apparenza, un paese dei balocchi dove si anima un luminoso tripudio di giocattoli in festa, dove si gioca e ci si abbraccia solidali. A gestirlo c’è Lotso, un orso di peluche rosa dal profumo di fragola assieme al suo braccio destro Bimbo, un bambolotto orbo e dall’aspetto sinistro. Woody è restio all’ambiente e decide rocambolescamente di fuggire finendo tra le grinfie della piccola Bonnie, figlia della proprietaria dell’asilo che presto si scopre essere un vero e proprio lager dove il malvagio Lotso fa tutti prigionieri. Pure Buzz Lightyear, dopo essere stato scoperto a spiare, viene acciuffato e modificato per predisporlo contro i suoi amici. I giocattoli di Bonnie rivelano a Woody l’origine di tanto male, mercé una storia narrata da un clown che lo conosce bene: una volta Lotso era un orso felice con una bambina di nome Daisy, riportata a casa dai genitori dopo essersi addormentata in un campo e aver giocato con lui, con il neonato Bimbo e il clown. Lotso, con i suoi amici, compie il viaggio di ritorno verso casa accorgendosi con dolore che è stato rimpiazzato da un peluche identico a lui. Da quel giorno il suo cuore si è spezzato e si è incattivito.

Una "grande fuga" (titolo che non può non far pensare a John Sturges) anima così la seconda parte del film, con un cul de sac che è una discarica dell’immondizia. Intrigo assai complesso e articolato ad arte, questo di Toy Story 3 – La Grande Fuga, con una variegata galleria di memorabili personaggi come, ad esempio, il Telefono chiacchierone e l’effeminato Ken che sfoggia un ricco guardaroba, s’innamora di Barbie ed è un seguace di Lotso. Tra i giocattoli di Bonnie, poi, c’è l’unicorno Cono di panna, la bambola di pezza Dolly e l’istrice Prickles che crede di essere un attore shakespeariano. Presenti gli amici di sempre (oltre ai già citati Woody e Buzz), Jessie, il cavallo di pezza Bullseye, il cane tira e molla Slinky, il maialino salvadanaio Hamm, Mr. e Mrs. Potato, il tirannosauro Rex, Barbie e gli alieni di Pizza Planet.
Racconto avventuroso d’iniziazione, nel solco della tradizione americana alla Mark Twain, Toy Story 3 – La Grande Fuga affronta temi sempiterni quali l’amicizia, il conflitto etico tra giustizia e ingiustizia, il dolore provocato dalla solitudine coatta, però con un’ironica leggiadria narrativa che sa giocare in modo intelligente col pathos, fino ad una struggente sequenza di commiato (il tempo dei giocattoli è finito!). Ecco, Andy malinconico, pronto a partire in auto per il college, rivolgere un ultimo sguardo ai suoi amici d’infanzia ereditati da Bonnie. Un "addio amici" che segna un passaggio cruciale: la favola del bambino che guarda il burattino che era un tempo e che non sarà mai più. Ma la favola deve continuare: sulla rotta di un altro paese dei balocchi, i nostri sono pronti ad affrontare una nuova e rigenerante infanzia.

© 2010 reVision, Francesco Puma