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Toy Story 21h 34'
Regia: John Lasseter Il cortometraggio che precede, in sede di proiezione, il nuovo film della Pixar Toy Story 2, è un piccolo gioco di lampade animate; lampade che, nel
realismo assoluto della resa grafica, assumono un carattere, un atteggiamento, dei ruoli cinematografici. Il corto è del 1986, e produce in chi guarda uno stupore retroattivo: dunque qualcuno,
a metà degli anni Ottanta, aveva già (pre)visto tutto. John Lasseter, l'autore di questo salto in avanti del cinema d'animazione, amerebbe di sicuro lo slogan futurista "salire sempre": il
primo Toy Story, nel 1995, fece letteralmente cadere dalla sedia gli esperti della grafica digitale; A Bug's Life, due anni fa, ha sbalordito i ritardatari,
e inferto un bel colpo ai concorrenti della Dreamworks; ora il secondo episodio della saga dei giocattoli consolida le conquiste della Pixar. Lasseter è un guru adulatissimo: i suoi collaboratori
sono soliti paragonarlo a Walt Disney in persona.
Alla sceneggiatura hanno lavorato anzitutto quegli autori che avevano già confidenza coi personaggi del primo Toy Story (come Andrew Stanton); ma il lavoro di Rita Hsiao, che ha scritto Mulan per la Disney, ha un obiettivo diverso. Sul piano narrativo, infatti, Toy Story 2 si rivolge a un pubblico più vasto, puntando molto sul sentimentalismo, e dotando il cast di personaggi femminili più importanti e riconoscibili: l'universo maschile del primo film (un ragazzino, il suo vecchio pupazzo-cowboy Woody e il suo nuovo eroe di plastica Buzz) viene "integrato" da Jessie, cow-girl complementare al citato Woody, e da uno stuolo di Barbies. Poi si opta per una variazione delle locations, che eccedono la dimensione quasi esclusivamente domestica del primo capitolo; e la scelta di movimentare il plot con un'avventura in città risulta pagante, nella misura in cui è subordinata ad elaborazioni formali eccellenti: si guardi in particolare alla scena ambientata nel grande negozio di giocattoli, ove i nostri eroi si confrontano con i colleghi ancora impacchettati. Sul piano visivo, il film della Pixar è dichiaratamente ambizioso, forte dell'esperienza recente del "formicaio": gli scenari sono sempre più complessi, la presenza umana (la più difficile da realizzare al computer) è meno temuta dagli animatori che si aiutano con le tecniche tradizionali, la caratterizzazione dei personaggi-giocattoli è sensibilmente migliorata, così come alcuni effetti (profondità di campo, luminosità). Lo staff di Toy Story 2 possiede l'affiatamento ideale di una grande bottega tecnologica: e diffonde un nuovo stile, ed un modello di lavoro che prevede la versatilità degli animatori,
ognuno dei quali partecipa alla realizzazione di ogni sequenza, di ogni personaggio, di ogni scenografia (mentre l'animazione tradizionale lavora per comparti più rigidi); ma il punto di partenza
per la caratterizzazione dei protagonisti arriva sempre dall'elemento umano della voce, che "costruisce" la fisionomia dell'attore digitale. La voce viene addirittura registrata prima di ogni
operazione grafica, per cui ha un'importanza strutturale; il doppiaggio in altra lingua, che invece fa parte della post-produzione, nega le intenzioni degli autori e sostituisce le voci originali:
pensate che il Woody americano è l'attore Tom Hanks, mentre agli italiani tocca il presentatore televisivo Fabrizio Frizzi.
E' come se, acquistando l'ultimo CD degli Oasis, scopriste che la voce di Liam Gallagher è stata rimpiazzata da quella di Bruno Vespa. Con le risorse economiche, umane, temporali impiegate dalla Pixar, si impone produttivamente la necessità del film-evento: Toy Story 2 risponde perfettamente alla logica di mercato globale che ne ha pianificato l'origine, e a noi europei non resta che ipotizzare il numero di film che (non) sapremmo girare in tre anni di set, con una troupe di 250 persone, e un budget illimitato. © 2000 reVision, Luca Bandirali
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