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Belle Toujours - Bella Sempre

Belle Toujours - 1h 08'

Regia: Manoel de Oliveira



Saper catturare con la forza tutta musicale delle immagini, l’intensità di un silenzio è uno di quei prodigi di cui sono capaci solamente gli autentici cineasti. Ci riusciva bene, elaborando il ritmo dell’assurdo, Luis Buñuel col suo cinema immaginifico che attraversò l’era del muto, aprendoci la scatola magica di un sonoro dove sogno e realtà sono gli echi di una fissità spettrale, specchio di una condizione annichilita e stravolta dal silenzio dell’umano. Anche il cinema di Manoel de Oliveira (classe 1908, un miracolo di lucida resistenza intellettuale) è costruito sulle pause e sulle esitazioni, su un’allusività grottesca che rompe tutti gli schemi della rappresentazione tradizionale, in nome di un sano, illuminante sadismo d’artista. Non poteva che essere il gran vecchio regista di Oporto il continuatore ideale dell’ispirazione buñueliana. Di analogie n’avevamo colte già in altri film, ma in questa splendida occasione il passaggio di testimone si è fatto cinema concreto. Una profonda emozione ci cattura quando sullo scorrere dei titoli iniziali di questo Belle Toujours – Bella Sempre leggiamo dell’omaggio a Luis Buñuel e al suo complice Jean-Claude Carrière. Immediatamente siamo invasi dalla potenza evocativa della sinfonia n.8 di Dvorak eseguita sul palcoscenico di un teatro stracolmo. Per contrappunto fulminanti panoramiche su Parigi che evocano l’antica operazione di Jean Vigo. Nel buio del teatro cogliamo poi un incrocio di sguardi tra un uomo e una donna. Così, nello scenario ambiguo dove ogni finzione si fa verità, nel luogo del teatro dove ogni delirio prende forma (una metafora concreta, già privilegiata nel precedente memorabile Ritorno a Casa invaso dalle atmosfere ioneschiane de "Il re muore") de Oliveira traccia le linee del suo acutissimo teorema cinematografico. L’incipit musicale lascia spazio ad una dimensione reale priva di commenti, ad una presa diretta di piccoli rumori quotidiani che raccontano fenomenologicamente quello che accade in un microcosmo di simbolicità sottilissima. E l’autore si affida, pirandellianamente, ai suoi personaggi, trasfigurati a loro volta dalla fisicità di attori straordinari, capaci di restituire la loro magnetica presenza, facendocela bastare.

In questo magistrale omaggio al capolavoro Bella di Giorno, ritroviamo Séverine e monsieur Husson 38 anni dopo, con qualche ruga in più. La bellezza algida ma travolgente di Catherine Deneuve nella parte di Séverine si è mutuata nella straordinaria trasparenza di Bulle Ogier, anch’essa reduce buñueliana (interpretò Quell’Oscuro Oggetto del Desiderio) e poi musa ispiratrice di cineasti fieramente impuri come Jacques Rivette e Marguerite Duras. Henri Husson è invece sempre uno degli attori più straordinari dei nostri tempi, Michel Piccoli, raffinatissimo macinatore d’ironia e di disincanto, grande quanto il Mastroianni che continuiamo a rimpiangere. La Séverine della Deneuve era una donna insoddisfatta del suo matrimonio, istintiva nel suo compulsivo desiderio di appagamento che, spinta dai torbidi racconti di prostituzione "part-time" messi in atto da alcune signori borghesi (era Henri, amico del marito, il suo tentatore), entrava a far parte della casa d’appuntamenti di madame Anaîs. Un trauma infantile era il motore della scabrosa conversione, della discesa agli inferi di questa nuova Alice persa in un paese di meraviglie dolorose. Fu un romanzo di Henry Kessel del 1929 ad ispirare l’antico film entrato nella leggenda del cinema, un film che de Oliveira ora si limita ad evocare come un misterioso oggetto d’affezione. Nel suo Belle Toujours – Bella Sempre Séverine è una vedova che abita in un hotel di lusso e che sembra aver rimosso il proprio passato. Quando si accorge della presenza di Husson, la donna tenta di evitare l’incontro a cui è destinata fino a quando un invito a cena riunisce i due antichi complici. Questa sorta di ritorno sulla scena del delitto è magistralmente raccontata dal regista attraverso brevi sequenze allusive: l’incrocio dei due personaggi, davanti la vetrina di un negozio col dialogo soffocato dai rumori del traffico, segna l’irruzione nella dimensione astratta di una memoria che prende corpo. L’inanellarsi dei dialoghi col barman Benedetto (interpretato da Ricardo Trepa, usuale presenza nel cinema di de Oliveira) e l’apparizione nel locale di due prostitute, una più giovane e l’altra no (le attrici, bravissime, sono Leonor Baldaque e Jùlia Buisel) alimentano le scansioni di questa partitura. Il resto si svolge attorno ad un tavolo mentre esplode la vitalità leggiadra delle nuove ospiti del locale (che hanno elaborato bene il lutto della loro purezza, a differenza di Séverine), materne funambole che sanno camminare sul filo di un nuovo, delicatissimo equilibrio. La cena del predestinato incontro si svolge poi in un clima di attese, di sguardi allusivi e di silenzi: i due interpreti giocano sul proprio aplomb, il loro reciproco non parlarsi squarcia, più di tante parole urlate, il velo, già trasparente, dell’inconscio. Séverine è in trepidante attesa che l’altro sveli il segreto che ancora li lega, ovvero se Husson ha mai confidato al defunto marito la sua scandalosa doppia vita. L’incontro si fa più teso poiché l’uomo non ha intenzione di raccontare nulla e la donna finisce per abbandonare il tavolo. L’ultimo sberleffo di Husson è l’appropriarsi del portafoglio che Séverine ha dimenticato sul tavolo, con il denaro del quale egli offre una lauta mancia ai camerieri. Il gioco della maschere umane, condotto con divertita ironia da de Oliveira, si conclude senza alcuna chiusura del cerchio. Nemmeno la mitologica scatola (che già apparve in Buñuel e che qui diventa un regalo dell’uomo alla vecchia amica) svela il suo misterioso contenuto. Mentre sul finale l’apparizione beffarda della gallina allude solamente all’inquietante gabbia dello zoo surrealista. A trionfare sono le ragioni dell’assurdo che, giorno dopo giorno, si fa sempre di più l’unica realtà che ci tocca vivere. Persino lo sfondo di una Parigi inquadrata dalla prospettiva di una finestra è ridotta ad uno scenario irreale, panorama di un mondo dove ogni armonia appare ambigua. Lo Specchio Magico (altro titolo memorabile) di de Oliveira riflette ormai soltanto una definitiva condizione di incomunicabilità assoluta, stemperata solamente da taglienti guizzi d’ironia. Quell’ironia che è la qualità dei grandi artisti - saggi, ciò di cui il cinema - e questo piccolo, splendido film ne è la prova – ha ancora bisogno.

© 2006 reVision, Francesco Puma