A Torto o A Ragione

Berlino nell’immediato dopoguerra. E’ il tempo storico in cui si svolge l’ultimo film di István Szabó. Ma come ci si rende da subito conto, e come conferma lo stesso regista, il tema di A Torto o A Ragione è cronologicamente senza collocazione specifica. E’ allora, è prima di allora, è adesso. La vicenda riguarda quella realmente accaduta di Wilhelm Furtwängler, uno dei più grandi direttori d’orchestra dello scorso secolo e compositore, il quale decise di rimanere in Germania dopo l’avvento del nazismo quando altri artisti, prevalentemente di religione ebraica, partivano autoesiliandosi spesso per non fare più ritorno. Questo segnò il destino di Furtwängler, reo di essere ammirato da Hitler, reo di aver considerato la musica al di fuori della politica, reo di essersi illuso di poter mantenere l’indipendenza per offrire al proprio Paese tutta la sua arte in un momento così difficile. Furtwängler fu processato come sostenitore del nazismo e assolto, assoluzione che non valse il suo proscioglimento agli occhi dell’opinione pubblica, soprattutto statunitense, che non lo volle come direttore dell’Orchestra Sinfonica di Chicago nel ’49, così come non lo aveva voluto nel ’36, quando gli fu offerto il ruolo di direttore della Filarmonica di New York.
Quando un artista deve porre limiti tra le lusinghe del potere e l’esigenza d’esprimersi creativamente? E quali sono tali limiti? Dov’è la responsabilità dell’artista nel momento in cui il potere lo coinvolge suo malgrado nelle azioni politiche, lo confonde nelle proprie responsabilità verso gli uomini e la storia? E ciò avviene suo malgrado, o è il prezzo da pagare per aver scelto di non opporsi? Questo è ciò che il maggiore statunitense Arnold (Harvey Keitel), da civile investigatore assicurativo, tenta di capire procedendo nella sua inchiesta su Furtwängler (Stellan Skarsgård), inserita nell’attività di Denazificazione della Germania. Su questo discute quando interroga duramente l’artista raffinato, prodotto di un’altra cultura, su questo discute anche con i suoi collaboratori, la segretaria Emma, figlia di uno degli ufficiali del complotto contro Hitler, e il luogotenente Willis, d’origine tedesca. Perché a nulla valgono le parole – Furtwängler che si rifiuta di fare il saluto nazista al cospetto di Hitler, Furtwängler che salva musicisti ebrei – per Arnold, quello che conta è sapere perché è rimasto nella Germania nazista, perché ha diretto la sua orchestra la sera prima dello storico raduno a Norimberga e per il compleanno del dittatore, ma soprattutto come mai un uomo che non aveva la tessera del partito riusciva ad usufruire di tutti i privilegi di un’alta gerarchia. Arnold sa e provoca Furtwängler sino a mettere in ballo l’allora giovane Von Karajan, artista temuto dal vecchio musicista, secondo il maggiore un aspetto importante della ragione per cui egli è rimasto in patria: la paura di perdere il primato di miglior direttore d’orchestra del mondo. Accuse vere o infamanti? Come quella di avere ottenuto la partenza al fronte russo di un critico che aveva osato preferirgli “il piccolo K.”?
Il tema centrale di A Torto o A Ragione è composto da domande, non da risposte ad un quesito che percorre la storia dell’arte sin dal suo avvento. Fra arte e potere vi è un eterna lotta, fatta di seduzione e imposizione, di presunta libertà e di offerta di spazi, e quando il potere si esprime come regime totalitario la scelta non può più essere solo tra possibilità d’esprimersi o rischiare il silenzio. Arnold vede in Furtwängler non un artista, ma un uomo che ha posto la sua arte in posizione privilegiata rispetto all’essere uomo tra uomini, e per questo lo condanna moralmente. Il drammatico gioco d’incomprensioni tra il pragmatico maggiore e coloro che continuano ad ammirare Furtwängler (l’ufficiale sovietico che vuole il maestro a Leningrado, Emma, Willis), è scontro tra chi non ritiene superabile la “buona fede” di Furtwängler rispetto all’orrore della guerra nazista, rispetto ai cadaveri ammucchiati nei campi di concentramento, e chi plaude in ogni caso la sua grandezza d’artista, ossia tra chi giudica un uomo e chi scinde l’uomo dall’artista. Lo scontro tra culture è ben altra cosa. Al di là della battuta, ironizzata da Szabó, circa il valore artistico di Furtwängler – un superiore di Arnold lo descrive come un Bob Hope e una Betty Grable messi insieme -, non assistiamo alla presunta ignoranza dell’ufficiale americano contrapposta all’antica vastissima cultura europea (ed è colpa degli europei se si sono troppo americanizzati, altre considerazioni assumono un aspetto eurocentrista e nulla più), non è qui che incontriamo le vere incomprensioni. Possiamo considerare il punto di vista di un’Europa violentata e distrutta da un male incubato per troppo tempo e mai curato, a ciò che per noi è stato e alle contraddizioni in cui gli europei sono caduti allora, al grande valore che assunse la nostra storia culturale in quel periodo (Toscanini che riapre la Scala di Milano distrutta dalle bombe, assurse a simbolo della sopravvivenza di un popolo e della sua rinascita), possiamo quindi capire Emma e lo scandalo suscitato in lei dal trattamento di Furtwängler, come comprendiamo le parole di Willis usate per convincerla a tornare in ufficio, ossia rimanere per lottare. Nonostante ciò, dobbiamo arrivare al punto di giustificare e assolvere umanamente qualsiasi Furtwängler?
Szabó sfoglia gli strati sovrapposti della vicenda, scavando pian piano per giungere al nucleo che genera le domande fin qui esposte, come la statua nell’atrio dell’edificio dove Arnold svolge il suo lavoro – un simbolo di quella storia intrappolato per anni tra quattro mura – risorge gradualmente dai mattoni liberata del tutto solo a fine inchiesta. Rimanere o andare? Restare inattivi od opporsi?
La sera del concerto per il compleanno di Hitler, Furtwängler accolse la stretta di mano del dittatore avvicinatosi al podio. Il volto è stanco, rigido, perso in se stesso, finanche terrorizzato nel guardare negli occhi quell’uomo. Dopo, Furtwängler, mentre s’inchinava agli applausi, fece un gesto: prese un fazzoletto dalla tasca e lo passò da una mano all’altra, come per pulirsi. Non è una ricostruzione, è un filmato d’epoca.