Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci



Tornando A Casa

1h 28'

Regia: Vincenzo Marra



Pescatori che traggono a bordo le reti, che separano pesci dalle caratteristiche diverse. Un lavoro veloce, pesante. Il resto è da gettare ai gabbiani. Questa è la prima immagine di Tornando A Casa.
Salvatore, Franco, Giovanni e Samir sono quattro uomini di mare. La loro vita si svolge nella fatica e lontana dagli affetti. Pescano in acque africane perché lì quando issano le reti il pesce è abbondante, anche se ogni notte le motovedette costituiscono un pericolo per la loro vita e per il peschereccio. Tre napoletani e un nordafricano che decidono di tornare nel golfo di Napoli, per nostalgia, per ricominciare.

Non è comune alla cinematografia nostrana narrare il mare. Dopo La Terra Trema di Luchino Visconti, il cinema italiano di fiction si è totalmente dimenticato dei gesti, dei volti del popolo del mare. Marra utilizza lo stile realista - fissità delle inquadrature, lunghe pause, attori non professionisti - per formare uno scenario quasi sconosciuto allo schermo, dove il mare è passione e divisione, solitudine e abbandono, luogo dove i ricordi emergono con forza, ma anche dove è più facile perdersi, dove un'imbarcazione è definita semplicemente barca, sinonimo d'instabilità. Il mare, per chi lo vive, è come il racconto del padre di Franco narrato da Salvatore: una volta dentro di te è difficile disfarsene, puoi camminare verso l'entroterra con un remo in spalla, ma bisogna fare tanta strada prima che qualcuno ti chieda perché cammini con un palo.

Il film di Marra ha dei pregi. Una regia delicata e discreta, essenziale nell'esporre la vicenda, poetica - di una poesia a forti contrasti - nelle scene di mare. Interessante il tema della morte e della rinascita, che vede protagonisti Franco e Samir. Samir, come afferma Franco, non esiste più da quando a messo piede sulla barca, ossia da quando ha lasciato il suo Paese. Morto per la sua comunità attende una rinascita, difficile da raggiungere per chi non ha diritto nemmeno ad un poco d'intimità, per chi deve proteggersi da tutti. A tal proposito, esemplare l'immagine di Samir nell'atto di nascondere dei soldi in una valigia - altro sinonimo d'instabilità, di vita in un non luogo - preoccupato che il suo compagno di stanza, anch'esso nordafricano, si svegli e lo scopra. Franco, che coltiva il sogno di andare negli Stati Uniti per lavorare in un ristorante e vivere finalmente accanto a Rosa, la sua donna, alla morte di lei per mano di un ragazzino, medita il suicidio. Emigrante nella sua terra, come Giovanni e Salvatore costretti a pescare in Sicilia, Franco non troverà la morte, ma semplicemente scomparirà per chi lo conosce e lo ama.
Esito pirandelliano. Di notte sul peschereccio, sente una richiesta di aiuto. Tuffatosi con un salvagente senza avvisare i suoi compagni, sarà ripescato con il naufrago ormai morto da una barca di clandestini. Raggiunti da una motovedetta italiana, Franco, rimasto in un assoluto silenzio, è scambiato da tutti per nordafricano, quindi "rimpatriato". Scambio d'identità, rinascita. Unica frase conosciuta in arabo è "la pace sia con te", insegnatagli da Samir a cui idealmente si sostituisce per intraprendere il viaggio in senso inverso. La storia, grazie a questo epilogo, si compie.

Ma il film di Marra ha dei difetti. La questione della malavita del porto di Procida, la lotta per rivendicare il diritto di pescare nelle acque del golfo e attraccare il peschereccio al molo, senza subire ritorsioni come il furto delle reti - furto che costringe Salvatore a cedere la propria imbarcazione ad uno stozzino-boss in cambio di trenta milioni per ricomprarle -, è presa in esame in modo insoddisfacente. Funzionale al racconto di un'esistenza senza radici, della ricerca di un posto da definire Casa e non solo Barca, il tema è di quelli che non possono essere affrontati senza una maggiore argomentazione. Per questo gli stessi Giovanni e Salvatore, gli unici a relazionarsi con i malavitosi, appaiono sfuocati, delineati con troppa fretta, alla ricerca di una collocazione anche all'interno dell'intreccio narrativo. Posto con uguale imprecisione, l'immotivato atteggiamento razzista di Giovanni nei confronti di Samir. Istinto di sopravvivenza? Ignoranza? O solo testimonianza di un razzismo a-ideologico?

© 2001 reVision, Emanuela Liverani





torna all'inizio




Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci