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Io Sono Tony Scott, ovvero come l'Italia Fece Fuori il più Grande Clarinettista del Jazz

2h 12'

Regia: Franco Maresco



A cinema, la memoria è sempre presente. La Storia si fa carne e sangue (o Pelle, per parafrasare Malaparte). E questo vale, in special modo, quando il corpo a corpo col Tempo si consuma in nome della musica. Allora, i confini di quell’ibrido genere acclarato come docufiction si allargano per misura e intensità. Quest’ultimo, assai sofferto, corpo a corpo di Franco Maresco, il lungometraggio Io sono Tony Scott, ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz, offre la dimensione speciale, invasiva ed emozionata, di una memoria che si fa purissimo cinema, immanente e coinvolgente. E’ l’ennesima scommessa vinta, bruciata sui tempi lunghi (3 anni per finirlo) di un travaglio reale dell’autore, a seguire la traumatica rottura del sodalizio con Daniele Ciprì e il conseguente manque progettuale speso a ridisegnare i contorni di una memorabile esperienza, quella di Cinico TV, che ha segnato l’etica e l’estetica del fare cinema/televisione, ai margini dell’asfittica e amorfa produttività dell’Italietta contemporanea.
Monumentale e minimalistico insieme, questo nuovo, musicale teorema cinico trova una cifra struggente e un pathos ironico (la cifra filosofica di Maresco) nell’identificazione dell’esperienza sommersa di Tony Scott, clarinettista bianco con l’anima nera, che ha saputo mettere in gioco se stesso fino alla perdizione, affrontando da visionario asprezze esistenziali e nodi estetici, da geniale anticipatore in grado di confrontarsi con sonorità impervie e con decisive metamorfosi di stile (come quando, durante un periodo Zen, è stato in grado d’intercettare, primo fra tutti, la lingua della futura World Music).
Non sfugga la sottile ma decisiva osmosi, vero sottotesto emotivo del film, tra Maresco e il suo protagonista: non è solo questione di pelo lungo (la folta barba monacale che è caratteristica di entrambi), ma di pelle artistica, di vibrazione utopistica che accetta, in nome di una purezza “impossibile”, i crismi di una trionfante e caustica dichiarazione di fallimento.

Da questo lancinante film, che si propone tra l’altro come asciutto trattato sulla forza musicale delle immagini, apprendiamo che il segreto di ogni camminamento estetico è quello di non smettere mai di ricercare, per rinascere sempre. Il documento del calvario di un musicista maudit, in lotta con l’oblio coatto di una società dello spettacolo spietatamente distratta, si trasforma così nella fiction toccante di un uomo resistente alla furia del tempo ingrato, alle devastazioni della vecchiaia e dell’afasia sempre incombenti, in perenne lotta con l’ispirazione a chiazze vicina al fatale grado zero, ovvero alla tentazione ultima che è stata sempre dei grandi. E allora, ecco i viaggi al limite della notte di Tony Scott, ecco Fran Attaway, sua prima moglie intervistata, che racconta dell’esperienza per lui sconvolgente in Indonesia (roba da Graham Greene, con il nostro scambiato per una spia, messo in prigione e probabilmente torturato). Ed ecco delle foto in bianco e nero che evocano un lost world di angeli e demoni musicali, squarci di rarefatta nostalgia incastonati tra sequenze lancinanti come quella del funerale dell’immensa e sfortunata Billie Holiday, momento dal retrogusto mélo a citare le incisività ammonitorie dei finali di Douglas Sirk (il suo Specchio della Vita, innanzi tutto).
La sceneggiatura compatta e senza sbavature, scritta dallo stesso Maresco in collaborazione con Claudia Uzzo, segue dunque la parabola di Anthony Joseph Sciacca in arte Tony Scott (la famiglia è originaria di Salemi), portentoso clarinettista bianco che è riuscito a conquistare la comunità musicale nera durante i rutilanti anni Cinquanta, il cui polo mitologico risiede in quella Cinquantaduesima Strada di New York, miracoloso recinto dei locali frequentati dai jazz men che hanno fatto la Storia. Amico di Charlie Parker (con il quale ha intrecciato una solida e profetica collaborazione), complice della Holiday al punto di lasciare intuire qualcosa di più che un semplice sodalizio artistico, antagonista di Buddy De Franco: la vicenda del magico Tony, venata dagli eccessi di un sovrumano vitalismo, s’inscrive in quel rovente e sovraccarico crogiolo che ha avuto per protagonisti delle personalità eccezionali, da Dizzie Gillespie a Bud Powell, da Benny Goodman a Miles Davis e Count Basie, senza dimenticare la temperatura caraibica di Harry Belafonte e le malinconiche perle di Bill Evans pianista.
Con appassionata competenza, Maresco sa come far affiorare l’essenza del profumo di quegli anni memorabili, connettendo il personalissimo lavoro di Scott, dall’ascesa fino al declino, alla straordinaria evoluzione cominciata all’era del bebop (senza mancare di sottolineare l’avversione del suo protagonista rispetto all’avvento, a inizio anni Sessanta, del free jazz).

La seconda parte del film indugia, come un pamphlet, sullo sregolato peregrinare di Scott (avido esploratore in Giappone e in Indonesia, alla ricerca di sonorità ancestrali a cui offrire nuove possibilità espressive), e soprattutto sul suo euforico ripiegamento professionale, seguito al trasferimento in Italia. A Maresco proprio non va giù che sia stato il nostro Belpaese, già dagli anni Ottanta culturalmente intorpidito e predisposto alla presente catastrofe berlusconiana, a predisporre il cul de sac artistico del suo geniale antieroe. Vediamo così Tony Scott insieme a Romano Mussolini, ospite costretto per fame a umilianti tour provinciali (feste di piazza o ricevimenti alla buona), oppure cerimoniere brillante ma atrocemente fuori posto sia dei set rionali di TV commerciali, sia di ridicoli e inconsapevoli camei condotti da Piero Chiambretti, regista del flop Ogni Lasciato è Perso (suo primo e ultimo film), sia di una macabra ospitata da Bonolis che arriva a umiliarlo. Tutte occasioni nelle quali l’estro di Scott, ridotto al rango di meteora o di “vecchia gloria”, sorvola il ridicolo del contesto e s’impone con stupefacente ed infantile vigore.
Io Sono Tony Scott diviene uno struggente omaggio all’incontrastabile potere della passione musicale che, quando sorretta dal talento vero, sopravvive a qualunque decadimento (non solo fisico) e ad ogni trauma esistenziale. Anarchico e stravagante, l’ultimo Tony Scott consuma il proprio felicissimo delirio lungo un viale del tramonto che è un paradossale quanto esemplare calvario. L’Italia non più culla d’artisti è diventata, nel favorirne l’ingiusto oblio, la sua tomba: anzi, come in una commedia di Monicelli, il travaglio dell’eletto maudit di Maresco ostenta il suo apice nel goffo episodio della bara presa in prestito che ha stentato a trovare il suo posto all’interno del cimitero di Salemi, il paese delle origini, dove Tony Scott non ha avuto pace nemmeno dopo la sua morte, datata 2007. Questo splendido e imperdibile apologo in forma di docufiction (che speriamo possa trovarsi in lista per il prossimo Oscar) ha per beffardo contrappunto la tagliente voce dello stesso Maresco, impagabile presenza off che marca la sincera indignazione per un bene perduto da ritrovare nel tempo sospeso del cinema, dove ogni corpo a corpo della memoria può consegnarsi al mito: per pochi eletti, per felici pochi eletti.

© 2011 reVision, Francesco Puma