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Un Benigni di troppo (e una Braschi di meno)
di Francesco Puma clicca qui!


La Tigre e la Neve

1h 58'

Regia: Roberto Benigni



Il Benigni che si avventura in Iraq alla ricerca dell'amata e il Benigni che irrompe in "Rockpolitik" di Celentano sono due animali diversi, che mutano a seconda dell'habitat in cui si vengono a trovare.
Il Benigni di "Rockpolitik" è grande perché trasforma la televisione in teatro: lo spazio-tempo della diretta convertito nello spazio-tempo del palcoscenico. Una magia ancora possibile soltanto in quelle pochissime trasmissioni (come quella di Celentano) che sono veramente "in diretta", cioè scandalosamente abbandonate al flusso dell'immagine in divenire, contro ogni check-in di fasce orarie, interruzioni pubblicitarie e scalette premasticate. Benigni è grande perché "benignizza" la televisione: nella mezz'ora che gli viene affidata, ogni entità fisica che lo circonda diviene accessorio della sua scenografia mentale. Si appropria carnalmente del palcoscenico, del pubblico, bacia il conduttore, spoglia la valletta, e tutti (volenti o meno) diventano personaggi della sua farsa, mescolando alto e basso con la consumata imprudenza di un giullare medievale. Trasforma se stesso nella citazione di Totò e Celentano in quella di Peppino; irride "Siamo la coppia più bella del mondo" con un travestimento da avanspettacolo, ma un attimo dopo cita Voltaire sulla libertà di opinione; si lancia a ruota libera contro Berlusconi, ma chiude col commiato di Socrate sulla pena di morte. Tutto ciò si chiama Commedia dell'Arte.
Purtroppo tale magia, perfetta simbiosi mediatica fra teatro e televisione, al cinema è quasi impossibile da replicare. Come una tigre Benigni mangia il piccolo schermo, ma si scioglie come neve dentro quello grande. Se in televisione Benigni sa essere padrone assoluto del mezzo che occupa, al cinema ne è semplicemente un abitante, figurina costretta in un'inquadratura che non gli appartiene. Il cinema non si lascia benignizzare, resta materia inerte all'intervento del comico, perché un'immagine bidimensionale non è un palcoscenico: non si modifica con la semplice addizione di un corpo, per quanto vitale ed eccessivo esso sia. Tutti i corpi più geniali che hanno imperversato sullo schermo (da Jerry Lewis a Jackie Chan) hanno portato con sé un'idea di cinema, un preciso rapporto di relazione spaziale tra la propria massa fisica e il set che si apprestavano a dominare/distruggere. Benigni, semplicemente, quest'idea di cinema non ce l'ha; non l'ha mai avuta, e probabilmente non sospetta nemmeno che sia necessario averla.


Il cinema ha conosciuto il vero Benigni solo in quelle (troppo) poche occasioni in cui si è affidato ad un autore (Jarmusch, Fellini, Ferreri, Giuseppe Bertolucci, Sergio Citti) che ha saputo valorizzarne a pieno le qualità eversive, quel raro equilibrio di innocenza lunare e irriverenza arcaica. In assenza di tale gestione esterna, il Benigni cinematografico resta soltanto un allegro e in fondo innocuo buffone, inspiegabilmente sopra le righe, temerariamente convinto che la qualità del film sia una diretta conseguenza della sua qualità recitativa. Il problema è che questo insuperabile istrione non è solo un mediocre regista, ma anche un mediocre direttore di attori: davanti alla sua cinepresa, interpreti notevoli come Emilia Fox, Giuseppe Battiston, Jean Reno diventano vacue macchiette. Di conseguenza, in quei (rari) momenti in cui Benigni esce di scena, La Tigre e la Neve denuncia cadute di ritmo e di "credibilità" inverosimili. Una per tutte: la macchinosa sequenza in cui il direttore dell'aeroporto rifiuta ad Attilio il biglietto per Bagdad, poi torna a casa, racconta lo strano episodio a sua moglie, quindi accende la tv e incredulo vede Attilio sul telegiornale, già arrivato a Bagdad. Neanche una telenovela sopporterebbe una digressione così insulsa.
I film di Benigni somigliano ad un quadro sporco. Il suo è un cinema di intenzioni: bersagli arditi puntualmente mancati da inette esecuzioni. E questa cosa fa rabbia. Perché idee scenografiche come il matrimonio con Tom Waits e chiaro di luna, paralleli amari come lo scacciamosche arma di distruzione di massa, guizzi come la sposa-canguro, il ballo sulle mine o il Padre Nostro invocato ad Allah, non sono idee di un Pieraccioni qualsiasi, ma invenzioni rare. E se queste invenzioni si perdono come polvere nel deserto, forse la colpa è di chi da tempo ha abbandonato Benigni a se stesso. Se il cinema italiano non riesce a fornire al suo nuovo Totò un Mario Mattoli che lo "assoggetti" alla grammatica dello schermo, la colpa è della patetica società dello spettacolo che ci ritroviamo.

© 2005 reVision, Dante Albanesi