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La Tigre e Il Dragone

Crouching Tiger, Hidden Dragon - 1h 59'

Regia: Ang Lee



Domande: qual è il percorso che il cinema di Hong Kong ha intrapreso ibridandosi con l'immaginario cinematografico mondiale? Riuscirà il colosso hollywoodiano ad assimilare completamente le istanze espressive di un cinema genuino, la cui caratteristica è, nonostante le varie influenze, l'elaborazione di miti e leggende millenarie?
Per rispondere adeguatamente occorrerebbe ripercorrere la storia recente del cinema di Hong Kong, che per sommi capi va, dall'intempestiva scoperta in Occidente fino all'emigrazione dei suoi talenti come John Woo e Tsui Hark, senza dimenticare le conseguenze politiche del ritorno alla Cina di Hong Kong.

La Tigre e Il Dragone, nelle dichiarazioni del regista Ang Lee (taiwanese americanizzato), è una produzione statunitense che ha rispettato la dimensione schiettamente orientale. Ed, in effetti, trattasi perfino di un ritorno filologico alla tradizione dei wu xia pian ("wu": marziale; "xia": cavalleresco, cavaliere errante; "pian": nastro, pellicola) e in particolare al Touch of Zen di King Hu. Come suggerisce Riccardo Esposito, uno dei maggiori esperti italiani di cinema dell'Estremo Oriente, "il termine è usato, oggi, per indicare particolarmente gli swordplay movies locali", ossia i cappa e spada. La Tigre e Il Dragone è una commistione tra due dei tre sottogeneri descritti da Esposito. Vale a dire tra "i wuxia pian romantici (qingzhuang), con protagonisti supermen e superwomen dotati di poteri mistici" e il genere fantastique (shenguai wuxia) "in cui compaiono maghi di diverse discipline che si confrontano in soprannaturali duelli, pugnali volanti quasi dotati di vita propria ed altre magiche stranezze". Le levitazioni costituiscono la parte spiritualista del racconto, focalizzano l'attenzione sulle discipline religiose diverse come Taoismo e Confucianesimo. Secondo Roger Garcia (la citazione è fatta da Riccardo Esposito nello speciale "Hong Kong, un universo parallelo", in Segnocinema n° 80, pag 15): "Il modo in cui il corpo fluttua a mezz'aria, sovente in un'area delimitata da una cerchia di avversari, sfrecciando attraverso una foresta o al di là di un dirupo, sono tutte prove di spiritualità manifestatesi nel contesto del Mondo Materiale. L'energia espressa dal corpo in questi film demarca un importante confine fra i parametri del Mondo Naturale, con le sue leggi di gravità e vulnerabilità, e quello spirituale, dove questi ostacoli sono rimossi ma vengono sostituiti da forze più impegnative: palme radianti, balzi magici, scudi invisibili".

Il risultato è davvero incantevole, poiché l'azione - che Hollywood ha copiato nei suoi action movie - corrisponde spesso a gesti di gran bellezza filmica. La componente realista non sarebbe accettabile, specie quando l'azione riguarda i polizieschi alla John Woo, dove, come suggerisce bene Giona A. Nazzaro (nel capitolo dedicato ai rapporti tra Hollywood ed Hong Kong in "Action! Forme di un transgenere cinematografico" Le mani editore), "se è vero che le accensioni visionarie di film come The Killer e A Better Tomorrow III derealizzano ampiamente la violenza messa in scena, è pur vero che questa si presenta con un'aggressività sconosciuta alla maggioranza dei registi americani". In La tigre e il dragone la violenza è quasi del tutto sdrammatizzata, basti pensare alla trasfigurazione in chiave fumettistica che viene fatta in molte sequenze ed in particolare nella rissa all'interno dell'osteria quando i partecipanti alla lotta si presentano come in un cartone animato portando buffamente i segni delle ferite riportate. L'apporto del mago del wire-work (gli effetti speciali di sospensione che permettono agli attori di volare) Yuen Wo Ping (che ha curato anche Matrix) è talmente rilevante da fornire in alcuni casi l'impressione che le parti del film senza i numeri eccezionali e le coreografie da musical apparirebbero assai più inconsistenti.

La contrapposizione tra confucianesimo e taoismo esprime vivamente la traccia melodrammatica, poiché è suggerita la netta opposizione tra i due sistemi: quello gerarchico e familista della dottrina di Confucio e dall'altra parte i seguaci di Lao-Tzu che seguono la via del perfezionamento spirituale individualista che si basa sulle discipline alimentari, respiratorie, igieniche, alla ricerca della dimensione estatica e della profonda meditazione. Il punto di vista del film sembra prediligere la forza trainante della disciplina taoista che si manifesta attraverso due figure principali: il maestro Li Mu Bai (Chow Yun Fat) in cerca forse della pace definitiva, in consapevole ritardo dell'espressione dei sentimenti amorosi nei confronti di Shu Lien (Michelle Yeoh); la giovane Yen Yu (Zhang Ziyi) che vede la disciplina dei cavalieri erranti come un modo di emanciparsi, sfuggire ai doveri della tradizione e alle nozze concordate.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna



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