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Tigerland

1h 40'

Regia: Joel Schumacher



Fort Polk, Louisiana. Dove l’esercito USA creò Tigerland, un Vietnam in miniatura per istruire le reclute alla sopravvivenza nella giungla. Trincee, alberi, fiumi, villaggi. E pallottole non sempre a salve. È il teatro dell’amicizia tra Jim (aspirante cronista di guerra alla Hemingway) e Bozz (Colin Farrell), ribelle beffardo e antimilitarista.
Gli anni ’70 riletti dal 2000. Joel Schumacher non finge che il tempo non sia trascorso, né che nessuna immagine l’abbia già congelato per sempre e in maniera inimitabile. Ammette il già visto, il passato cinematografico che soffoca il suo film: le apocalissi di Coppola e i cacciatori di Cimino, ma anche le claustrofobie di Streamers, i giochi di guerra di Quella Sporca Dozzina e Gunny, il pacifismo inferocito di E Johnny Prese Il Fucile di Dalton Trumbo (che è anche il libro che Bozz porta sempre con sé)... E tale coscienza metanarrativa è anche patrimonio del suo protagonista, che a un certo punto esclama: "Questa è la scena in cui il soldato che disturba viene picchiato dai compagni?"
Ma in qualche modo, tra istinto ed energia, Schumacher scova una sua ammirevole cifra personale. 16 mm, colori stupendamente sgranati (di Matthew Libatique), macchina a mano e montaggio rabbioso. 28 giorni di lavorazione senza controfigure. Due cineprese usate in contemporanea, per non concedere punti di riferimento (il vietcong può essere ovunque) ad interpreti sconosciuti e straordinari. Una trama che insegue nervosamente varie piste e che odora di realtà (tra gli ospiti di Tigerland ci fu anche lo sceneggiatore Ross Klawan). Un tema musicale quasi onirico che affiora in poche perfette occasioni. Ciò che ne viene fuori assomiglia alla prima parte di Full Metal Jacket, girata con lo sguardo ansioso e vacillante della seconda.

L’effetto più evidente di Tigerland è quello di storicizzare uno stile e un’epoca: il Dogma di Von Trier (un Dogma "all’americana", solido e mai compiaciuto) ricondotto ai suoi effettivi precursori, che sono Cassavetes e Tony Richardson; il reportage dal fronte depurato nelle tecniche "pedinanti" di Frederick Wiseman, uno dei più grandi documentaristi viventi, specialista nel ritrarre quelle istituzioni concentrazionarie (scuole, tribunali, manicomi, teatri...) nelle quali il singolo individuo viene meticolosamente forgiato secondo un’impermeabile filosofia collettiva. E proprio nel ’71 (anno in cui è ambientato Tigerland) Wiseman girò Basic Training, sull’addestramento militare per il Vietnam, il cui beffardo incipit (il taglio dei capelli delle matricole) veniva palesemente citato dallo stesso Full Metal Jacket.
Ma Tigerland è soprattutto un teorema sulla falsità. Kubrick intuì nelle rovine di una fabbrica di Londra un Vietnam di perturbante verismo: una copia esatta delle architetture di Da Nang e Hue, direttamente ispirate al purismo lineare del Bauhaus tedesco. In questo intrico di Oriente e Occidente che si imitano e si sovrappongono vertiginosamente, il set illusorio ma fedele di Full Metal Jacket riecheggia nel set reale ma fittizio di Tigerland, dove le reclute si addestrano a recitare il ruolo dei vietnamiti e ad essere aggrediti dai propri compagni. Per questo, il cuore più intimo del film è in quella sequenza dove i soldati avanzano lungo un torrente, sommersi nell’acqua fino ai fianchi e resi quasi invisibili da un pulviscolo nebbioso che avvolge un mondo privo di luce e vie di fuga. La guerra come annullamento, perdita d’identità. Di sé stessi, del campo di battaglia, del nemico.

© 2001 reVision, Dante Albanesi