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Acqua Tiepida Sotto Un Ponte Rosso

Akai Hashi No Shita No Nurui Mizu - 1h 59'

Regia: Shohei Imamura



L’ultimo film di Shohei Imamura, uno dei più eccentrici, fantasiosi e trasgressivi cineasti giapponesi di questo secolo, dimostra come l’autore, osannato dalla critica e quasi ignorato da grande pubblico e distribuzione internazionale, abbia maturato, negli anni, una propria personalissima reazione all’influenza invasiva della cultura occidentale trovando, nella sua Arte, lo sfogo ribelle alla violenza delle delusioni sociali e private. Imamura punta da sempre, con veemenza filtrata da un inaspettato delirio politico-sessuale, l’indice contro una società malata, affondando una lama sottile nella coscienza ferita della Famiglia, delle Istituzioni, del Potere in una condanna acre alla debolezza di una Nazione corrotta e serva dell’Occidente che svilisce e massifica in nome di un’apparenza di ordine e controllo. La sua predilezione per tematiche sfrontate e di rottura è presente sin dalle prime pellicole e lo porta a sviluppare forme espressive importanti e di spessore quali il neorealismo o il cinéma-verité. Ed anche in Acqua Tiepida Sotto Un Ponte Rosso il regista, al termine di un percorso artistico fatto di sperimentazione ed impegno, pur affidandosi alla semplicità di una commedia lieve e farsesca, popolata di personaggi colorati ed umanissimi, ed apparendo, pertanto, prima facie, lontano dalle scelte che ne hanno caratterizzato, negli anni, la posizione di borderline, non assume acriticamente le soluzioni narrative del genere che viene, anzi, sovvertito dall’uso strumentale e cosciente di una vena parodistica e caricaturale che si serve dell’elegante confezione al fine di celebrare gli aspetti più celati se non addirittura censurati della civiltà giapponese: il tabù del piacere fisico, l’elogio della fertilità, i miti ancestrali e, per la prima volta, l’omaggio alla forza ed al mistero della donna.

A trent’anni da Porci, Geishe e Marinai, la denuncia di un militante di sinistra che non accettava la riduzione del Giappone a postribolo dell’America si è trasformata da condanna impietosa ad epica dell’umorismo nero e devastante e la vena iconoclasta del regista settantaseienne sembra, oggi, sedarsi in una sorta di compiaciuta auto ironia che rifiuta ancora, con fermezza, morale ed ordine del Paese del Sol Levante rinunciando, tuttavia, ad insultarne brutalmente i princìpi informatori. In Imamura la grande sagacia nello scovare il punto di vista intelligente, l’estro inventivo e sensazionalistico, il talento visionario capace di dar corpo e dignità a ciò che è pura fantasia sembrano aver mitigato le delusioni esistenziali di un Paese in cui la repressione culturale, la censura e l’inquadramento in ranghi sono retaggio attuale di una politica conservatrice volta al mantenimento dello status quo. Gli sfoghi espressivi alla disfatta hanno dato diverso linimento al dolore di chi, a 18 anni, aveva assistito alla combustione politica e militare di un Paese riarso dal fungo atomico di Hiroshima. La sessualità è pur sempre, ancora oggi, elemento catalizzatore della sua ispirazione che, però, non viene più sfacciatamente esibita bensì, in ossequio ad una vena espressiva sottile ed elegante, velata e goliardicamente consegnata ad altri sensi che non siano la vista... ascoltata come da un’altra stanza... gustata come un formaggio al peperoncino. L’intolleranza per l’ottusità dell’ipocrisia e l’aberrazione della solitudine sono centrali anche in quest’ultimo lavoro ed i colpi sferrati da questa favola venata di raro realismo alleggerito di visioni oniriche e divagazioni della mente, vengono calibrati con la lucidità di chi ormai sa bene che il messaggio dietro un sorriso che si spegne può essere molto più profondo di un’agghiacciante discesa agli inferi sviscerata con la scientificità di un entomologo.

Assecondando i dogmi che fanno della sua interpretazione della vita una personalissima filosofia, il regista narra, in Acqua Tiepida Sotto Un Ponte Rosso, una vicenda privata che è pretesto per una più ampia e profonda indagine psicologica e, mentre scorrono i titoli di coda in ideogrammi di questo film notevole ed affascinante, ci si sorprende ancora persi nell’armonia inquieta della musica di Shinichiro Ikebe, tra le note di un tema intenso e spiazzante che sottolinea, per l’intero racconto, in attimi di stravagante poesia, simboli, metafore e glifi. Un surreale affresco di personaggi e luoghi scelti per la loro valenza di icone bizzarre incornicia, col fascino dell’evocazione, una trama che scivola al ritmo lento e ripetuto di riti e cerimoniali che scandiscono il tempo come orologi tarati con benevolenza. L’avversione per le norme imposte dall’alto così come per le dinamiche interne di un assetto economico-sociale fondato sulla produttività e la speculazione è evidente nella denuncia delle conseguenze del fallimento di un intero sistema di vita su emotività e psiche dei personaggi coinvolti e che sopravvivono in coni d’ombra ai margini della società.
Yosuke, un impiegato quarantenne che ha perso il lavoro e si ritrova, gingillo inutile, su un mercato che pretende carne fresca ed inchini, lascia Tokyo, luogo di tutto il grigiore e la sporcizia dell’esistenza, per inseguire, fino alla penisola di Noto, il sogno che un amico barbone detto “il filosofo”, unico confidente nel tunnel del fallimento, gli ha regalato: una vita nuova che comincia da un tesoro nascosto dentro un vaso. L’amara vena realistica da cui la pellicola esordisce (“gli impiegati devono essere stupidi per obbedire ciecamente e senza fare domande..”) lascia ben presto spazio ad un’acuta quanto sorprendente sferzata di fantasia che tratteggia, in termini essenziali, il cammino di un’intera vita dalla disillusione furente all’irresistibile ironia. Nella casa sul ponte rosso, simbolo di ciò che di sano è ancora dato rinvenire svoltato l’angolo, Yosuke trova una donna bella e chiacchierata, una donna delicata, seducente e speciale di nome Saeko e si imbatte in un segreto che è la sua risorsa, vergogna ed attrattiva insieme: la ragazza accumula, nel suo corpo, acqua tiepida e desiderio che riesce a liberare solo attraverso il rapporto sessuale. Il liquido che schizza fuori copioso e zampillante nel momento dell’orgasmo si riversa nel fiume dove nutre pesci e gabbiani fecondando la Natura circostante. La comunità di pescatori, la veggente che aspetta, il maratoneta senegalese che sogna le Olimpiadi e corre per mangiare, gli scatti di Yosuke per raggiungere la sua bella non appena l’acqua raggiunge il livello di guardia, gangster di provincia dal cuore grande ed albergatori incapaci sono l’anima ironica del film, lo sguardo disincantato e surreale con cui penetrare le umane menzogne, con cui sottolineare, in grottesco umorismo, i paradossi di una società che non riesce a sopravvivere se vincolata dal laccio di regole troppo dure. Non a caso Yosuke trova lavoro e dignità nel paesino dove sembra capitato per sbaglio e decide di affrancarsi dal suo destino di fallimento e disoccupazione ricominciando una nuova vita informata a quei parametri di semplicità ed immediatezza che possono esistere e resistere solo lontano dalla città che, come mostro, ingloba ed ingoia ciò che non comprende. Venuto da un mondo fatto di dovere ed abnegazione, dunque, Yosuke scopre la realtà di qualcosa che sembrava solo proiezione della mente, la purezza del sentimento che va a braccetto con la carnalità delle pulsioni, la voglia di ignorare i pregiudizi in nome di un’acquisita consapevolezza di sè e mondare il peccato del fallimento con una seconda vita fatta di fatica ed essenzialità. Imamura, facendo del racconto di Yo Henmi un capolavoro di immagini ed atmosfere, dimostra che non ci sono emozioni in assoluto sacre od abiette ma unicamente desideri che sono la vita stessa e che solo un’ottusa moralità pretende di emarginare e rinuncia alle vendette del passato lasciandoci la libertà di amare il suo film per il valore che ciascuno riterrà di dare al gioiello deposto nello scrigno.

© 2002 reVision, Elisa Schianchi





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