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1h 55'

Regia: Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami, Ken Loach



Tre grandi registi per un film. Tre storie legate tra loro da un lungo viaggio in treno da Zurigo a Roma il cui filo conduttore è una famiglia di immigrati albanesi che devono raggiungere Roma per ricongiungersi al padre, una piccola storia che si rivela nella sua drammaticità solo nella parte conclusiva, quella di Loach.
Un evento non precisato, ma con ogni evidenza frutto dei tempi post 11 settembre, costringe l'annullamento dei voli aerei. I treni sono presi d'assalto, l'esercito invade le stazioni, tra i numerosi viaggiatori un anziano farmacologo (Carlo Delle Piane). E' Olmi ad aprire con una storia di fuggevole innamoramento in cui l'uomo ricorda i momenti appena trascorsi con una gentile assistente svizzera (Valeria Bruni Tedeschi) della casa farmaceutica con cui collabora. Il viaggio del farmacologo si svolge nel tentativo di scrivere una lettera alla donna mentre ricordi più lontani la confondono con un suono di pianoforte ascoltato in un'estate di molti anni prima, una figura adolescente il cui volto rimane sconosciuto, un profilo che a sua volta si confonde con una ragazzina sul treno. Il passato e il presente, un dialogare dai modi formali e affettati, l'agire umano di un tempo romantico e quello sbrigativo e aggressivo dell'oggi; l'uomo che scrive sorseggiando un aperitivo si trova faccia a faccia con un rude e enigmatico ufficiale in mimetica, lo stesso che fa cadere il latte destinato ad un bambino senza scusarsi in un microcosmo dove le porte che dividono la piattaforma - dove viaggiano accampati alcuni tra cui la famiglia albanese - dal vagone ristorante sono troppo evidenti per non richiamare ad un mondo di privilegiati e di reietti. Interessante ma assolutamente scontato il tratto di viaggio narrato da Olmi su cui si chiude quella porta che il farmacologo supera per portare il latte al bambino sotto gli occhi dell'intero vagone, un atto semplice trasformatosi per i tempi in un atto di coraggio.

Assolutamente incomprensibile l'intervento di Kiarostami, la cui storia non possiede un centro, un capo e una coda. Simile al passaggio da un vagone all'altro mentre si cerca un posto quando non si è prenotato, ma al contrario di quello che potrebbe essere un passaggio, Kiarostami ci costringe a sostare più del dovuto in un luogo dove non accade nulla. L'arrogante vedova di un generale e un obiettore di coscienza che l'assiste senza ragione, l'incontro del ragazzo con una ragazzina amica di una sorella che non vede da anni e che lo mette al corrente del paese natio, le liti per posti prenotati occupati e disguidi sulla proprietà di un cellulare. Chissà cosa intendeva fare il regista iraniano, che a chi scrive sembra non essersi concentrato più di tanto su un film da lui proposto in origine come trilogia di documentari.
Chiude la terna Loach con la storia più concreta, una piccola vicenda su cui il regista si muove a suo agio anche se la costrizione di un comune scheletro narrativo si fa sentire. I tre ragazzi di Glasgow (tra cui Martin Compston e William Ruane, i ragazzi di Sweet Sixteen) tifosi del Celtic in viaggio verso Roma per assistere alla partita di Champion's League sono una vera liberazione per lo spettatore stanco e deluso. Viaggiatori in treno perché uno di loro ha paura dell'aereo - questione che non si stancano mai di sottolineare gli amici all'emergere di ogni problema -, i tre goliardici ragazzini incontrano finalmente la famiglia che abbiamo visto sin da inizio film. Fatta conoscenza con un ragazzo nel bar del treno, i tre gli offrono un sandwich (fanno lo stesso con la sua famiglia evidentemente affamata) per poi scoprire che, mentre uno di loro gli mostrava orgoglioso il biglietto per la partita, il ragazzo ha rubato quello del treno. Il furto diviene occasione per conoscere la vicenda della famiglia albanese e per dare ai tre scozzesi l'occasione per dimostrare la propria generosità; fermati dal capotreno in attesa della polizia, i ragazzi riescono a fuggire anche con la complicità dei tifosi della squadra giallorossa avversaria tra canti da stadio. Generosità, solidarietà, comprensione, abbattimento dei pregiudizi, la storia di Loach riesce a confermare i temi a lui cari rendendo piacevole la conclusione di un film sino allora insignificante.

© 2005 reVision, Emanuela Liverani