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Ticket To Jerusalem
1h 25'
Regia: Rashid Masharawi
"Ispiratosi alle molteplici civiltà e alla diversità delle culture, a esse attingendo le sue tradizioni spirituali e materiali, il popolo arabo palestinese è cresciuto
in armonia con la sua terra. Sui passi dei profeti che si sono succeduti su questa terra benedetta, è dalle sue moschee, dalle sue chiese e dalle sue sinagoghe che si
sono levate le lodi al Creatore e i cantici della misericordia e della pace."
dalla Dichiarazione di indipendenza dello Stato di Palestina, 15 novembre 1988
Scritta dal poeta Mahmud Darwish, la dichiarazione d'indipendenza è proclamata dall'OLP, riconosciuto dalla comunità internazionale quale
legale rappresentante del popolo palestinese, e letta da Yasser Arafat ad Algeri. Da allora questo bellissimo documento rimane lettera morta. Quel territorio palestinese,
non meglio specificato nei suoi confini, vive ora la sua terza Intifada.
Ticket To Jerusalem c'introduce nella quotidianità palestinese per mostrarci una lotta realizzata non attraverso le armi, ma affermando il primo e fondante elemento
che caratterizza l'esigenza di un popolo senza terra: la conservazione e la rinascita di una cultura, la ricerca di una identità che vuol dire dignità.
Jabeb e Sanah sono una coppia palestinese che vive in un campo profughi nei pressi di Ramallah. Sanah è volontaria in un pronto soccorso della Red Crescent Society; Jabeb
è un proiezionista che ogni giorno deve superare i check point che lo separano dalle scuole dove proietta vecchi film d'animazione per bambini. Lunghe e interminabili file
di persone si accalcano in quei blocchi dell'esercito israeliano, ed ogni volta ognuno mette la sua giornata nelle mani di uomini che, per una repentina e diseguale ragione
politica e militare, possono autorizzare o impedire il procedere della loro esistenza. Jabeb non intende deludere i bambini che lo attendono e il trasporto del proiettore
e delle bobine dei film si fa sempre più difficile (raramente in macchina, di solito con mezzi di fortuna). Atto "sovversivo" che incide molto più di qualsiasi altro,
interferisce nelle coscienze dell'infanzia e s'insinua nei loro atti futuri; significa sostituire ai sassi il lancio della propria memoria storica nel futuro, significa
tentare di preparare una generazione ad un agire non motivato dalla disperazione, donargli il loro naturale status d'infanzia, bambini tra bambini.
Il cinema quale strumento di un processo storico volto alla giustizia e alla fiducia in essa. Utopia. Ma è proprio l'utopia che rende un uomo libero soprattutto quando
non lo è nei fatti. La storia ci dice che il silenzio di una produzione culturale concorre al precipitare senza freni della follia criminale, la storia ci dice che l'azione
culturale documenta l'esistenza di un popolo ancora vivo, una comunità scampata all'inevitabile. Il quarantenne Rashid Masharawi realizza, possiamo solo immaginare in
quali difficoltà, un film palestinese prodotto dal Cinema Production Center palestinese - insieme al Film Produktie (Olanda) - nei territori palestinesi. Un evento. Seppure
questa stagione ci ha dato Intervento Divino - tanto diverso -, Ticket To Jerusalem (Primo Premio Amore e Psiche al Med Film Festival
2002 e ora nel listino distributivo dell'Istituto Luce) rimane un esempio isolato di voce dall'interno e da questo interno finanziato. Film povero di mezzi - la povertà
rende arguti, come Jabeb che rottasi la lampada del proiettore fa di tutto per recuperarne una nuova, alla stregua del meccanico che s'industria a riparare la vecchia auto
di Jabeb -, stilisticamente legato agli ordinari eventi di piccola e insieme imprescindibile realtà, Ticket è a metà tra registrazione di questa e sua verosimile
ricostruzione. Per nulla avvertibile la mano del regista che intende mettere in risalto la storia narrata, in un fluido percorso che intreccia storia personale e collettiva.
Conosciuta Rabab, insegnante di una scuola femminile, Jabeb è da questa coinvolto in un progetto che ha dell'incredibile: proiettare un film palestinese dentro l'area di una
Gerusalemme un tempo araba, poi, dapprima gradualmente ed ora quasi completamente, occupata da coloni israeliani. Il luogo prescelto è il cortile dove si affaccia la piccola
casa di Rabab e della sua anziana madre, unica presenza palestinese tra israeliani - esempio della frustrazione di un popolo intero è l'episodio dell'occupazione da parte dei
vicini israeliani del bagno esterno delle donne.
La totale assenza di ammazzamenti, di sopraffazione e reazione sanguinolenta - ricordiamo in ogni caso che generalmente non è nella cultura araba, e quindi nel suo cinema,
l'esibizione del sangue e di atti violenti (per es. in Intervento Divino la violenza è rappresentata in modo grottesco) - lasciano trapelare
esclusivamente quel tipo di crudeltà che ormai non fa più audience, quella morale. E tra lo sgranato di una pellicola che ha assorbito senza remore immagini di una normalità
del tutto anormale, si impone la dolorosa sfida tanto ottimista da sorprendere il cinico pessimismo con cui spesso qui da noi guardiamo le cose.
Inevitabile emozionarsi, perché laddove si riesce a stimolare le coscienze, la comprensione che ne deriva rende liberi da ogni pregiudizio, affranca da ogni considerazione
di distacco critico. Per cui....
La sera tanto attesa è giunta. Jabeb ha dovuto trasportare a mano con l'aiuto di un amico il pesante proiettore, eludendo i controlli militari attraversando un sentiero nascosto.
La voce si è sparsa. Pian piano il cortile si popola di persone. Il vecchio proiettore s'accende e sullo schermo appare un'altrettanto vecchia commedia palestinese. Gli israeliani
impotenti guardano dal loro ballatoio questa pacifica invasione. Per una sera quel cortile torna ed essere arabo palestinese. Un granello nell'arrugginito ingranaggio dell'antistoria.
© 2002 reVision, Emanuela Liverani
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