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Ti Amerò Sempre

Il y a Longtemps que je t’Aime - 1h 55'

Regia: Philippe Claudel



L’elaborazione del dolore è un percorso che conduce, di sovente, a corteggiare il vuoto. E’ sprofondare in uno smarrimento interiore, a confronto con il grigiore di una quotidianità che non sembra più offrire motivi di speranza per il futuro. Non è un caso che sia un luogo liminare, la tavola calda di un aeroporto, l’ambiente dove si consuma l’incipit di questo Ti Amerò Sempre, che segna l’esordio dietro la macchina da presa del romanziere Philippe Claudel. In originale il titolo recita Il y a longtemps que je t’aime, evocando in modo struggente il tempo dell’amore attraverso il verso di una celebre ninna nanna tradizionale, "A la claire fontaine" (la cui versione italiana dell’immenso Fabrizio De Andrè, "Nell’acqua della chiara fontana", è contenuta nel suo prezioso "Vol. 3") che, nel film, viene eseguita al pianoforte dalle due attrici protagoniste, la bravissima e cangiante Kristin Scott Thomas ed Elsa Zylberstein in una delle sequenze più toccanti e significative. E’ nel volto della prima che leggiamo i segni dell’addolorata paura che contraddistingue l’iniziale condizione del suo personaggio di donna smarrita, appena uscita dopo quindici anni di detenzione. L’enigmatica Juliette esibisce tutta la propria fragilità ammalata quando irrompe improvvisamente nella vita della sua sorella minore, Léa (la straordinaria Zylberstein), che non è mai andata a trovarla in prigione e che adesso la accoglie in casa propria, tentando di recuperare in extremis la sostanza di un rapporto che non c’è mai stato. Un’accoglienza goffa, esagerata, soffocante e naturalmente dettata da un’ansia di recupero: Léa, professoressa di lettere, ha una situazione familiare precaria che la espone alle tentazioni del cupio dissolvi. E’ sposata con Luc (Serge Hazanavicius), capace di mostrare solo diffidenza nei confronti della nuova arrivata, ed è madre adottiva di due bambine vietnamite, mentre convive con la demenza senile del suocero, specchio della condizione della madre malata di Alzheimer e ricoverata in un ospizio (il padre è, invece, morto da tempo).

Teatro di questa vicenda intessuta di movimenti emotivi impercettibili è la cittadina di Nancy, nella Lorena, impregnata di quelle atmosfere provinciali care alla prosa di Georges Simenon, della trincea di sentimenti occultati e di passioni sepolte, elementi che riemergono prepotentemente solo quando riportano a galla i gesti di un passato torbido e irrisolto. E’ uno dei nebbiosi santuari della normalità coatta che Claudel conosce molto bene, essendo originario di quella regione, nato a Dombasle-sur-Meurthe, che lui descrive nei suoi romanzi così come nel soggetto originale di questo Ti Amerò Sempre. Nel precedente "Le anime grigie", lo scrittore ambienta nel 1917 la trama di un delitto efferato che sconvolge un paesino di quella Lorena che gli ha dato i natali (il film tratto da questo romanzo, sceneggiato dallo stesso autore e diretto da Yves Angelo, è rimasto inedito per gli schermi nostrani). Un’ispirazione confermata dalla collaborazione con Angelo (oltre che regista, direttore della fotografia) per la sceneggiatura dell’ancora precedente Sur le Bout des Doigts. Un’ombrosità rappresa da mettere in scena con la grazia impressionistica di un maestro dell’ambiguità come Claude Sautet e da sostenere, con dialoghi affilati come lame da rasoio, capaci d’incidere sulle coscienze sia dei personaggi sia di noi spettatori: è il segreto della fascinosa formula di questo scrittore–cineasta, bravo a sciogliere mai banalmente i palpitanti moti segreti dei suoi personaggi.
In Ti Amerò Sempre è l’ombra di un delitto a gravare sulla coscienza di Juliette, conferendo alla storia un movimento a spirale assai coinvolgente. A introdurci nell’andatura di questo viaggio nell’intimità sconvolta di un microcosmo familiare contribuisce la colonna sonora composta da Jean Louis Albert, che privilegia le penetranti esecuzioni per chitarra acustica ed elettrica, interpretando poi personalmente, sui titoli di coda, una struggente canzone di Barbara del 1962, "Dis, quand reviendras-tu", perfetto sigillo per un film che sa ben giocare la carta di una poeticità mai ostentata.

Si attenua così, per poi sparire, l’effetto déjà vu di evocative sequenze come quella della piscina, dove le due sorelle ritrovano nell’elemento acquatico l’ideale collant per una rinnovata solidarietà, e come il citazionistico ammiccamento al paradigma hitchcockiano di Vertigo, quando in un cruciale passaggio il personaggio della Scott Thomas entra in osmosi col dipinto di Émile Friant, "Il douleur", raffigurante tre donne in lutto piangenti accanto ad una tomba, esposto al Musée des Beaux-Arts di Nancy. E in effetti, il film racconta continuamente di rispecchiamenti, non solamente estetici, tra vissuti sconvolti e sconvolgenti d’identità alla ricerca di punti di fuga: Juliette viene così sedotta dalla malinconia vibrante di Michel (Lauret Grevill), un collega di Léa che in passato ha insegnato in prigione (esperienza vissuta anche dal regista), innamoratosi di una ragazza somigliante al soggetto di un altro dipinto dello stesso Friant e, di conseguenza, attratto dalla protagonista. E c’è pure il tormentato e solidale capitano Fauré (Frédéric Pierrot), che sogna di partire per l’Orinoco e con il quale Juliette intrattiene dialoghi intrisi di crudele dolcezza fino a identificarsi in lui, durante il suo percorso riabilitativo. Il film vive di questa intensità emozionale, parlandoci di affinità cercate, caricate ma irrisolte, condizionando la propria struttura drammaturgica a questi movimenti tortuosi, adeguando la sua forma a favore della temperatura psicologica dei suoi personaggi/persone. E lo fa assecondando i momenti d’accensione, come nella toccante sequenza dell’abbraccio tra la protagonista e la madre malata di Alzheimer, un lampo di lucidità in tanto buio. Il contrastato destino di legami flagranti mette continuamente in fieri il lavoro della coscienza e della conoscenza, il sistema di valori morali con cui tutti conviviamo. Un sistema che ha bisogno di riferimenti letterari, come quello dostoevskiano spiegato con furiosa passione da Léa che cita agli studenti la morfologia di Raskolnikov in "Delitto e castigo". E di riferimenti cinematografici, come quello che evoca Rohmer come il "Racine del Ventesimo Secolo". Film come questi sono capaci di liberare la testa, procedendo per induzione, a discapito delle nostre più resistenti asperità emotive, per farci arrivare a pronunciare, un giorno, "il y a longtemps que je t’aime", nel colloquio con l’Altro che continuamente cerchiamo.

© 2009 reVision, Francesco Puma