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The EyeJian Gui - 1h 38'
Regia: Danny e Oxide Pang Per chi ancora non ne fosse al corrente, le nuove frontiere dell'horror, genere cinematografico dalle mille vite, ultimamente si sono
spostate, in maniera decisa, verso Oriente, territorio che nell'immaginario cinematografico di inizio millennio possiede ancora una parvenza di "purezza" di fronte alla
mercificazione hollywoodiana. Non è un caso che sempre più spesso produttori americani guardino con interesse verso quelle esotiche cinematografie, scippandone idee e talenti.
Era già accaduto con il cinema d'azione, si ripete adesso con l'horror, un genere che negli Stati Uniti da parecchi anni sta vacillando tra la vita e la morte. Esemplare in
questo senso è il caso di The Ring (2002) di Gore Verbinski, remake del famoso Ringu (1998), film giapponese di Hideo Nakata da cui è partito
il rilancio di un intero genere. E già Sam Raimi, maestro indiscusso del new-horror anni Ottanta, e altri produttori stanno pensando ad una serie di remake - fra cui Dark
Water (2002) sempre di Nakata e Ju-on-The Grudge di Takashi Shimizu - usando manovalanze orientali da importare all'occasione. La formula vincente giapponese è quella
di un horror basato su storie semplici venate di soprannaturale in cui elementi e luoghi apparentemente familiari acquistano valenze inquietanti, grazie alla rarefazione e
alla sottrazione piuttosto che all'accumulo di effetti e colpi di scena.Sulla scia dell'esempio Giapponese anche Hong Kong è giunta a rivestire un ruolo di primo piano, con prodotti di buona fattura come questo The Eye (Jian Gui, 2002) di Danny e Oxide Pang, film il cui arrivo in Italia è stato preceduto da una reputazione probabilmente eccessiva. Non è una pellicola al cardiopalma (sottinteso che la paura è quanto mai soggettiva) e sicuramente presenta momenti di stanca, a volte ai limiti della noia (come accade ultimamente per tante pretenziose produzioni horror pseudo-autoriali, specialmente quelle provenienti dalla Spagna). Ci sono comunque due o tre sequenze dal ritmo serrato e visivamente ineccepibili che sicuramente faranno saltar su più di uno spettatore. D'altra parte i fratelli Pang avevano già dimostrato in passato, prima individualmente, poi in coppia (insieme hanno firmato il bel poliziesco Bangkok Dangerous) di avere le capacità tecniche e la cultura visiva per costruire un meccanismo orrorifico sufficientemente intelligente. The Eye, a metà strada tra le storie di fantasmi cinesi e la strizzata d'occhio a pellicole occidentali come Il Sesto Senso e lo stucchevole The Others, racconta la storia di Mun, cieca dall'età di due anni, che dopo diciotto anni si sottopone ad un trapianto di cornea. Una volta recuperata la vista Mun si rende conto di non essere solo in grado di vedere la realtà che la circonda, ma anche "altre presenze", i fantasmi di coloro che sono morti di morte violenta. Inoltre, guardandosi nello specchio, con sorpresa e orrore vi vede riflessa un'altra donna, la sua donatrice di cornee. Quella del trapianto di un organo da un donatore "particolare" è un'idea non nuovissima (già nel 1935 Karl Freund aveva diretto Mad Love con un trapianto di mani "omicide").
E' un espediente sicuramente ingenuo ma efficace in quanto ha quella semplicità e chiarezza che favorisce l'impatto emotivo e la partecipazione spettatoriale, ma al tempo stesso è
anche ricco di implicazioni teoriche. Infatti, come accade al cinema ogni volta che occhi, sguardi, ma anche apparati tecnologici quali macchine fotografiche, videocamere, televisori
e simili compaiono sul grande schermo facendo scattare pericolosamente la molla del metacinematografico, del film che parla innanzitutto di sé, della natura delle immagini, del
nostro rapportarci ad esse, della realtà come (non) la conosciamo. Queste elaborazioni teoriche tendono a spalancare The Eye su ambiti non sempre facilmente gestibili. In
questo senso il film rischia grosso ma sopperisce con intuizioni visive sopra la media e con la semplicità narrativa di cui abbiamo detto.Tutto il film è dominato da quella configurazione comunemente denominata soggettiva. Secondo la descrizione tradizionale, la soggettiva è un dispositivo composto da un personaggio che guarda e da ciò che si vede con gli occhi del personaggio. Già di per sé questa successione di inquadrature mette in evidenza la presenza di uno scarto, di una frattura tra colui che vede e ciò che è visto, ovvero una doppia natura del personaggio: istanza concreta presente all'immagine, organo sensoriale; ma al tempo stesso un'istanza astratta, effetto di un'attività percettiva che scompare nel darsi a vedere dell'oggetto. In The Eye questa polarità del personaggio, il fronteggiarsi di un occhio e di una vista, è ulteriormente complicata dal fatto che l'occhio di Mun non le appartiene, di conseguenza anche ciò che vede non le appartiene totalmente. La relazione tra le componenti della soggettiva stride ulteriormente. Ne scaturisce una frattura che pesa sul visibile, giungendo alla scoperta di uno spazio sfuggente, di difficile collocazione, là dove il nostro sguardo (attraverso lo sguardo di Mun) incrocia un "altrove" radicale, creando un'atmosfera di disagio, di ambiguità, come nella sequenza in cui Mun vede riflessa nello specchio l'altra da sé. Per scavare questa frattura e far collidere l'idea di realtà con le immagini di quella stessa realtà il racconto si serve essenzialmente di elementi prettamente filmici quali le luci, il montaggio e la fotografia, come ad esempio nelle sequenze iniziali quando la vista della convalescente Mun risulta ancora sfuocata (la sua visione "miope" diviene funzionale alla perturbante presentazione delle ombre/presenze che le scivolano intorno fin quasi a sfiorarla). Quando l'immagine è sfuocata non si sa più a chi attribuire la sfocatura, se a Mun (soggettiva) o all'occhio "altro" (quello oggettivo della m.d.p. come quando, più di una volta, Mun entra in campo, bene a fuoco in primo piano, su uno sfondo sfuocato che avevamo pensato essere l'oggetto del suo sguardo). I problemi della facoltà di vedere, la visione che non è mai chiara e limpida, sono elementi tipici del fantastico/horror. In una cultura in cui "reale" è essenzialmente ciò che è
"visibile", "irreale" è ciò che non è visibile o lo è solo in parte, e "nell'arte fantastica le cose scivolano via dal potere dell'occhio/Io che cerca di possederle". Noi vediamo
"le cose in modo miope, o in modo distorto, come sfuocate" e in questo modo il fantastico opera "una trasformazione del familiare nel poco familiare" (Rosemary Jackson) ed i profili
delle cose assumono sembianze inconsuete e spettrali. Man mano che Mun riacquista la vista, lo sguardo della ragazza da "miope" diviene sorprendentemente sensibile in quanto capace
di vedere cose che pochissimi riescono a percepire. Il perturbante che fino a poco prima stava nell'incapacità di mettere a fuoco quelle angoscianti presenze appena intuite in un
ambiente in cui le forme mutano continuamente, diviene l'orrore di non potersi liberare di visioni che scaturiscono da dimensioni nascoste fra gli interstizi del reale, in quanto
legate ad uno sguardo "altro". Abbandonando le derive della mostruosità del proprio corpo, l'orrore torna a scaturire dalla visione. Se a partire dagli anni Ottanta l'horror aveva
portato il corpo a riacquistare quell'unità di parti e funzioni che il cinema classico considerava tabù (un tabù che probabilmente è insito nella natura stessa del dispositivo
cinematografico), adesso ha abbandonato le derive splatter e gore (colpa anche di una censura che ha iniziato a fare a pezzi i film a colpi di mannaia) arrivando, è il caso di
The Eye, a negare il corpo, insediando l'orrore nello sguardo. Anche in Ringu troviamo sensitivi, veggenti e premonizioni catastrofiche. Sempre più il "guardare", la
"visione", hanno a che fare con la morte e con l'inquietudine dinanzi ad una realtà fantasmatica e distante. E' questo un sentire diffuso che ritroviamo anche negli Stati Uniti,
terra di blockbusters. Basti pensare a Minority Report (2002) di Steven Spielberg o caso più emblematico, di alcuni anni fa, Strange Days (1995)
di Kathryn Bigelow, in cui abbiamo la ricerca ossessiva, frustrante, impossibile da realizzare, "dell'aderenza perfetta tra immagine e sguardo" (Massimo Causo). Aderenza tecnicamente
ricercata nella soggettiva, per poi scoprire che lo sguardo, per quanto reale, è sempre quello di un "altro". Anche in The Eye lo sguardo "altro" diviene così concreto da
tramutarsi in puro segno, simulacro impalpabile, invisibile, "vero momento visionario, in cui all'opera vediamo solo il fantasma del cinema (il "fiato" del cinema, l'unica cosa che
di esso possiamo avvertire/intravedere; tutte le soggettive ce lo rammentano" (Enrico Grezzi).
© 2003 reVision, Maurizio Giometti |
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