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Texas1h 40'
Regia: Fausto Paravidino E' una storia comune, quella raccontata in Texas attraverso i flash disordinati e convulsi di tre notti fra novembre, Natale e
febbraio. Uno sguardo gelido sulla vita senza smalto di un gruppo di amici, una fotografia in bianco e nero che prende i contorni tremuli e sfocati dei festini zuppi di
alcolici del fine settimana, consumati nella realtà di Ovada, Alessandria, provincia nebbiosa in cui i cellulari non hanno campo.Fausto Paravidino, ventinovenne di talento mutuato al teatro, esordisce dietro la macchina da presa in modo poco convincente, alternando momenti densi di energia a debolezze e ingenuità da debutto, buone idee a qualche approssimazione di troppo e soprattutto poco cuore ad una costruzione delle emozioni più ragionata che sentita. In una piccola città del Nord Ovest, alla periferia di tutto, dove non c'è neppure un cinema, un gruppo di ventenni inganna il tempo tra bevute e liti, sogni di fuga e noia, grandi amori e compromessi, cercando il modo di consumare al più presto e senza danno una quotidianità inconcludente. Questo è Texas: la provincia italiana arricchita che ha rinnegato le sue origini e che, in qualche modo, presenta analogie e contatti sorprendenti con un certo tipo di interland d'oltreoceano e il film si propone come sguardo che indaga, senza grande coinvolgimento, la quotidianità dei protagonisti di un sogno americano vacuo e irraggiungibile, forse eccessivamente alto e lontano per valere la fatica della scalata. Ad una prima parte appesantita dal troppo voler dire, fa seguito una seconda che si concentra, poco a poco, sull'approfondimento dei singoli casi e, in particolare,
sulla vicenda della maestrina del paese (Valeria Golino) che, pur quarantenne e sposata, scopre la violenza della passione amorosa col fratello di un suo allievo (Riccardo
Scamarcio), tra pettegolezzo e scandali. E' solo in questo momento che l'emozione ha modo di crescere e i caratteri dei personaggi cominciano a delinearsi in modo netto,
tutti velati dalla polvere dell'amarezza, tutti troppo stanchi per mirare in alto e troppo disillusi per portare all'estremo anche l'attimo di follia che può coglierli di
sorpresa. Dolore e rassegnazione vengono fatti levitare in un'atmosfera asfittica in cui è il vuoto della vita a farsi avanti e quel che resta è il sapore dello sconforto
per quella che viene dipinta come l'Italia di oggi, fatta di televisione e ipermercati, sovrastata dalla fatica di vivere.Gli eventi sono narrati secondo un'articolazione temporale che richiama, nelle intenzioni, una struttura alla Pulp Fiction, fino a una resa dei conti che mischia, in modo un po' confuso, gelosia e vendetta, resa e memoria. Il vero peccato è che Paravidino, pur confessando la volontà di realizzare un film "generazionale", non sfugge alla trappola della frammentarietà e l'esito finale non è riscattato a sufficienza dal merito di non cedere all'indulgenza e dalla capacità di osservare senza giudicare, talenti necessari per chi pretenda di fare dell'affresco una materia d'elezione. Distribuito da Medusa, presentato nella sezione "Orizzonti" del Festival di Venezia, prodotto dalla Fandango di Domenico Procacci, la pellicola ha comunque conquistato un suo pubblico e si propone agli spettatori carica delle aspettative ingenerate dal background del suo autore, da molti incensato come promessa di qualità del teatro italiano, e del notevole richiamo di interpreti come Valeria Golino e Riccardo Scamarcio, capaci di calamitare l'attenzione di almeno due generazioni di fan. © 2005 reVision, Elisa Schianchi |
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