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Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo

Indiana Jones and the Kingdom of the Crystal Skull - 2h 04'

Regia: Steven Spielberg



Il tema di Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo è la distruzione. Recuperando la paura atomica del cinema americano anni ’50, periodo storico in cui peraltro è ambientata la quarta pellicola dedicata all’archeologo di George Lucas, Steven Spielberg dirige un film costantemente teso a un’apocalisse imminente solo superficialmente ammorbidita dall’intento esplicitamente ludico dell’operazione.
Già la prima immagine del film è fin troppo esaustiva da questo punto di vista. Lo storico colpo di genio del logo Paramount trasformato con una dissolvenza incrociata in montagna/oggetto "reale", marchio di fabbrica sin dai tempi de I Predatori dell’Arca Perduta, si risolve in un giochino burlesco molto meno innocuo di quanto si creda. La montagna stavolta è, infatti, un piccolo mucchio di terra da cui emerge un roditore e che nel giro di pochi istanti vediamo cadere in briciole, come a voler ipostatizzare: 1) la dichiarata vacuità dell’idea-Indiana Jones, 2) la distruzione operata dall’interno dell’industria mainstream da parte dei movie brats neohollywoodiani Lucas e Spielberg, talmente riconoscibile e riconosciuta da essere essa stessa archeologia, 3) l’esplicitazione immediata della cifra frantumata e polverizzante che accompagna tutti i grandi momenti spettacolari della quarta avventura, dall’esplosione del fungo atomico, alla decapitazione della statua di Marcus Brody, sino all’estasi wagneriana del portale extraterrestre nell’epilogo.

Nel mezzo ancora frammenti di morte e oscurità, non troppo lontani dalle atmosfere degli ultimi blockbuster partoriti dai due cineasti (Star Wars III: la Vendetta dei Sith e La Guerra dei Mondi, su tutti): le foto ricordo dei defunti Brody e Henry Jones senior sulla scrivania, i manichini cavie perfettamente tarati sul modello capitalistico americano. La sequenza del manicomio, in cui Indy (Harrison Ford) e Mutt Williams (Shia LaBeouf) entrano nella cella di Oxley (John Hurt) scoprendo gli indizi necessari che li porteranno a decifrare il mistero del teschio di cristallo, opera delle microfratture inquietanti che, per certi versi, forniscono l’ideale filo conduttore delle due esplosioni in campo lungo precedentemente citate, perfettamente speculari nel dipingere un’apocalisse della visione e allo stesso tempo la violenza percettiva del film-concerto teorizzato da Laurent Jullier.

Persino il matrimonio finale tra Indiana e Marion Ravenwood nella sua leggerezza distensiva e romantica viene immortalato dalla fotografia del fido Kaminsky con la bollente luccicanza di un mondo diegetico in cui l’esplosione nucleare è sempre dietro l’angolo. Certo tutti questi sprazzi di tenebrosa plasticità non arrivano mai a contraddire una lettura di puro entertainment, a cui il film deve prestarsi. Da questo punto di vista l’operazione nostalgia, volta ad accontentare vecchi e nuovi fan, gioca continuamente le sue carte nei dialoghi, nei personaggi, nei riferimenti musicali ai film precedenti, confermando una volta ancora l’assoluta paternità lucasiana del progetto. Davvero molti sono i debiti che Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo ha nei confronti del creatore di Star Wars. Se la corsa in macchina iniziale rimanda esplicitamente ad American Graffiti, il personaggio di Mutt Williams è una vera e propria reincarnazione del giovane Anakyn Skywalker, con tanto di sbruffoneria giovanilistica e abilità acrobatiche. E ancora della doppia trilogia stellare viene recuperata la consueta dicotomia scenografica deserto-giungla, così come l’ossessiva mobilità geografica – da sempre presente nella serie di Indiana Jones, con la parziale eccezione de Il Tempio Maledetto – rispecchia piuttosto fedelmente la struttura "a tappe" della saga lucasiana, con le regioni esotiche attraversate da Indy a sostituire i pianeti galattici. Ecco che allora, per quanto concepito da personalità troppo mature nella loro evoluzione filmografia per continuare a essere solo fanciulle, il luna park di George Lucas e Steven Spielberg può esser letto soprattutto come operazione filologica di recupero di mitologie popolari in forma di restauro digitalizzato. Quasi una enciclopedia filmica di 125 minuti, per certi versi fuori tempo massimo, ma di sicuro compendio formale, drammaturgico e sentimentale, con variazioni d’autore.

© 2008 reVision, Carlo Valeri