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Planet Terror

1h 45'

Regia: Robert Rodriguez



Grindhouse atto primo. Ovvero Planet Terror, il contributo di Robert Rodriguez (assieme al fantastico trailer di Machete) a un film concepito come omaggio filologico al cinema del doppio spettacolo e alle sale scalcinate in cui venivano proiettati exploitation movies di poco gusto e zero budget. Dopo aver ribadito – se ancora ce ne fosse bisogno – quanto sia insensato frantumare un’operazione del genere, diciamo senza ombra di dubbio che il lungometraggio di Robert Rodriguez è sicuramente il meglio riuscito. Riesce addirittura a inserire dei riferimenti attuali nel contesto – nientemeno che Bin Laden – nel modo in cui un film dell’epoca gloriosa degli shlocks avrebbe fatto riferimento a temi come la crisi con Cuba o la minaccia rossa: in modo totalmente gratuito, appunto, per il puro divertimento dello spettatore di questo tipo di pellicole. Uno spettatore spesso distratto, casinaro, attirato solo dal sangue, dal sesso, dal fracasso sullo schermo che si prestava a diventare occasione di celebrazione collettiva. La gioia di questo tipo di movie-goer sta proprio nel vedere quanto lontano e con quanta spudoratezza riesca a spingersi il cineasta di turno. Pazienza se i dialoghi sono demenziali e se l’eroina mantiene intatti trucco e acconciatura mentre tutto intorno a lei esplode l’inferno, anzi, questi elementi diventano un valore aggiunto. L’importante è che ci sia occasione di partecipare a un rito pagano in cui anche il brutto, il disgustoso, l’insensato, possano diventare categorie estetiche di riferimento e riconoscimento.

E mentre Tarantino indulge onanisticamente alle sue manie feticistiche, confezionando una storia che sarebbe stata implausibile anche ai tempi aurei delle Grindhouses, Rodriguez sposa totalmente l’ottica del cinema con cui sono cresciuti, infarcendo il suo film di abbondanti dosi di momenti disgustosi, violenti, divertenti ed estremi. Se zombi hanno da essere, allora, che siano veramente repellenti, dei mutanti infetti non necessariamente morti, pus e carne in decomposizione su organismi viventi. Al tutto aggiungiamo una go-go dancer aspirante cabarettista che perde un arto inferiore per via degli zombi e subisce l’impianto estemporaneo prima della gamba... di un tavolino, e poi di una mitraglietta. Una donna arma che ritrova nelle circostanze più orribili l’uomo che ha amato e perduto e il cui passato è ammantato dal mistero. Mettiamoci pure un poliziotto scemo interpretato dal re del blood and gore Tom Savini, un maniaco militare che ha il volto di Quentin Tarantino, uno chef di hamburger con una ricetta segreta, un’anestesista lesbica minacciata da un marito chirurgo aspirante uxoricida, uno scienziato genetico che fa collezione di testicoli umani e così via così via in un crescendo di immagini, azioni e personaggi esagerati come in un fumetto e altrettanto dannatamente divertenti.
Come un film-maker artigiano d’antan, Rodriguez scrive, fotografa, monta, cura il sonoro di Planet Terror, di cui fa anche un omaggio al suo primo maestro John Carpenter senza dimenticare ovviamente Romero, ma con lo stile di un Roger Corman, con un set sicuramente costosissimo che sembra però formato da materiali riciclati da altri film.
Probabilmente avrebbe giovato anche a Death Proof la distribuzione in un unico package col film di Rodriguez e i bellissimi finti trailer dello stesso Rodriguez, di Roth, Zombie e Wright, perché se operazione filologica deve essere, questa non si deve limitare alla forma della visione di questi film (pellicole rigate, salti di rulli, celluloide che va a fuoco e rumori di fondo) ma deve coinvolgere anche la narrazione, il cuore del racconto. Forse qualcuno non riterrà l’argomento meritevole di tanta attenzione, e sicuramente è paradossale il dispendio di soldi e di energie che ci vogliono oggi per riprodurne due col budget con cui si sarebbero girati più di una decina di originali, ma il cinema non è solo la messa silenziosa auspicata da Nanni Moretti per le pellicole d’autore: il cinema è anche caos, brivido, emozione e risate. O almeno lo era. E qualche volta, grazie a gente come Robert Rodriguez, ce ne possiamo ancora ricordare.

© 2007 reVision, Daniela Catelli