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Il Passato è una Terra Straniera2h 03'
Regia: Daniele Vicari Con onestà e passione, da cineasta di razza, Daniele Vicari continua ad esplorare
l’"orizzonte degli eventi" (per citare il titolo del suo secondo lungometraggio). Un orizzonte che lascia intravedere un punto
di non ritorno, meta virtuale di un viaggio nei meandri più nascosti della nostra coscienza: tutto quello che accade d’imprevedibile
nella realtà ha riflessi nella nostra interiorità. Questa fatale attrazione per il mistero (che ogni evento particolare, una
volta interpretato, ci mostra) sembra guidare le scelte narrative di questo autore votato a sondare, come certi scrittori e
registi noir di una volta, i chiaroscuri più inquietanti della psicologia dei suoi personaggi. Con Velocità
Massima, suo film d’esordio, Vicari esplorava il mondo notturno dell’Eur attraverso il rituale delle corse automobilistiche
clandestine, tra spaccato sociale e cinema di genere. Con il suo secondo L’Orizzonte degli Eventi
concentrava la propria analisi sulla figura del fisico nucleare ambizioso, borghese in fuga dal proprio mondo, rifugiatosi nella
capanna di un contadino albanese: una fuga che testimonia il rifiuto del vivere i veri sentimenti, la stanca routine sentimentale
contrapposta al desiderio di una relazione con un’altra donna, una crisi esistenziale che sfocia in un rifiuto nichilistico,
anticamera di un angoscioso precipitare in un buco nero. La mente sedotta dalla tentazione dell’abisso, dall’illusorio potere
di una libertà forzata, condotta da uno stato d’euforia sempre pericoloso: Vicari prosegue il proprio discorso con questo suo
terzo lungometraggio, Il Passato è una Terra Straniera, derivato dal romanzo dello scrittore–magistrato barese Gianrico
Carofiglio, mostrando di saper attingere da una matrice letteraria altrui (dopo le precedenti prove basate su proprie sceneggiature)
mantenendo costante una lucida intenzionalità tematica nell’esplorare l’azione/reazione delle umane perdite di controllo. Da
lui sceneggiato insieme a Gianrico Carofiglio, al fratello di quest’ultimo, Francesco, e a Massimo Gaudioso (collaboratore di
Matteo Garrone e quindi esperto nell’evocare le ombrosità inquietanti del Sud), Il Passato è una Terra Straniera compie
un’operazione diversa e coraggiosa rispetto al libro, mettendo da parte l’intreccio poliziesco per concentrarsi sullo sviluppo
psicologico dei personaggi e del loro viaggio al termine della notte. E’ il lato più oscuro ed imprevedibile di questa autodistruttiva
discesa agli inferi che offre a Vicari l’occasione per rielaborare, con intelligenza, atmosfere e tagli di certi classici del
made in Usa più sulfureo. E questo per narrare la vicenda che vede in Giorgio e Francesco, i due protagonisti principali, incontratasi
casualmente, una sera, in una villa popolata di gente.
Giorgio è Elio Germano, attore di cui, in altra sede, abbiamo evidenziato le potenzialità d’interprete volitivo ed
incisivo (un vero animale da set) arrivato a questa esperienza dopo la performance che lo ha visto nei panni del DJ Marco Baldini
in Il Mattino ha l’Oro in Bocca (personaggio incantato dal perverso fascino del gioco d’azzardo). Francesco è invece
interpretato da una scoperta per il grande schermo: Michele Riondino, noto per aver preso parte, in tv, ad alcune stagioni di
"Distretto di polizia" mentre a cinema lo associamo all’esordio registico di Eleonora Giorgi, Uomini & Donne, Verità & Bugie.
Questa storia di devianze ha inizio quando tutto sembra essersi compiuto, per quel che riguarda il destino dei suoi personaggi.
Giorgio è diventato un magistrato, come volevano il padre Franco (Marco Baliani) e la madre Anna (Daniela Poggi). Nel momento
in cui Antonia (Valentina Lodovini) lo avvicina, ecco scattare il meccanismo autoriflessivo foriero di un lungo flashback utile
a ricostruire il passato. Giorgio, studente modello proveniente da una famiglia di intellettuali borghesi, ha una fidanzata di
nome Giulia (Romina Carrisi), prevedibile come l’ordinario e noioso microcosmo che circonda la coppia. Fino a quando una sera,
durante una festa nella villa, al tavolo da gioco, nasce un acceso diverbio tra il giovane e alcuni loschi figuri. E’ in questa
occasione che si fa avanti l’elegante, ammaliante Francesco, conoscitore dei trucchi delle carte, baro per vanto, notturno Caronte
a sua volta affascinato dalla disarmante disponibilità del nuovo amico. La nuova coppia di compari è così pronta ad intraprendere
un viaggio nelle bische clandestine dove l’azione si concentra, con ritmo serrato, soprattutto durante la prima ora del film.
Per Giorgio, l’iniziazione alle regole, estrose quanto severe, delle partite d’azzardo è un viatico di rivoluzione esistenziale,
un vero e proprio colpo d’ala per la sua troppo tranquilla esistenza (i soldi guadagnati li nasconde emblematicamente fra le
pagine dei tomi dell’opera omnia di Karl Marx e Friedrich Engels). I genitori si accorgono che qualcosa nel loro figlio sta
cambiando, allarmati dalle ore trascorse fuori di casa ma Giorgio prosegue implacabilmente il suo folle volo, concedendosi anche
un’avventura con Maria (Chiara Caselli), una giocatrice annoiata nel lusso che da creditrice si trasforma in amante. Tra i due
s’instaura un rapporto erotico intenso fino allo spasimo (che Vicari sa descrivere con crudezza cogliendo la metamorfosi di
Giorgio, perduto nella vertigine crudele dell’incontro tra i corpi). Ma il legame si fa pericoloso, produttore di sbandamento
emotivo non solo al tavolo da gioco ma anche nella prospettiva emulativa che coinvolge il protagonista fino alla dissoluzione
(anche a base di alcol e droga). Così, durante il viaggio a Barcellona per ritirare una partita di coca, la situazione precipita
in occasione dello stupro di Angela (Maria Jurado), cameriera di un locale, nel corso di una sequenza ipnotica, dove i due ragazzi
si lasciano andare ad un’eccitazione malata che sconfina nella depravazione. Dopo la notte maledetta i due amici si separano
come intontiti dal proprio vorticoso girovagare in cerca di guadagni facili. Mentre Giorgio sembra inarcarsi sulla via di una
possibile redenzione, liberandosi della propria maschera perversa, Francesco rimane inghiottito dall’abisso di una tentazione
disperante, sedotto irreparabilmente dal vuoto di un’esistenza priva di regole. Così in un’altra tragica notte arriverà ad
aggredire Antonia, commessa di un bar: un’azione estrema che sarà Giorgio ad evitare, con una violenta colluttazione interrotta
dall’arrivo della polizia. Il flashback si chiude riportandoci alla sequenza iniziale: ora Giorgio, divenuto magistrato, è di
fronte alla vittima mancata che lo ringrazia per quello che ha fatto.
Questa storia di perdizione ci riserva momenti di tenerezza in occasione del dialogo tra Giorgio e la sorella Alessandra (Lorenza
Indovina) che cerca di sondare le ragioni della misteriosa trasformazione del congiunto che tanto angoscia i genitori.
Indovinato teatro della vicenda è una Bari vicina all’astrazione, merito dell’apporto fotografico di Gherardo Gossi che sa
descrivere matericamente il paesaggio suburbano coi suoi ombrosi contrasti, i cui volumi sono sostenuti dall’elettronica colonna
sonora di Theo Teardo (garanzia di un cinema italiano finalmente adulto, dopo le musiche composte per L’Amico
di Famiglia e Il Divo di Sorrentino e La Ragazza del Lago). Con Il Passato è
una Terra Straniera, Vicari realizza un film corposo e lancinante, analitica esplorazione di un’endemica corruzione che
sembra dominare, oltre ai protagonisti, tutto ciò che li circonda. Contrasti generazionali e dinamiche familiari sono raccontati
con sensibile acutezza, i momenti caldi delle partite di poker, immerse nei claustrofobici scenari dei notturni interni vengono
scanditi con una tensione che rimanda al ritmo di certi classici made in Usa. E non mancano le sequenze evocative come quella
del commissariato, verso il finale, dove i volti dei due complici si sovrappongono specchiandosi annunciando laceranti separazioni
non solo interiori. Il passato non si cancella, la sua traccia resta indelebile come un marchio: se esiste il limite dell’eccesso,
questo è difficile da rintracciare quando si diventa stranieri nel proprio territorio, preda di una degenerazione della coscienza
che rende superfluo ogni legame, nel trasformare il piacere in smarrimento doloroso: è l’ottusità del Male, oggi come sempre,
a rendere cieche le vittime di una società che ama i carnefici.
© 2008 reVision, Francesco Puma |
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