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Terra Madre

1h 21'

Regia: Ermanno Olmi



Mi ricordo sotto le torri della rocca dove il fiume bagna bionde coltivazioni io vidi un vecchio che aveva pochi iugeri di campo abbandonato. Costui nonostante tutto piantando radi fili di erbaggi e all’intorno bianchi gigli e verbene e gracile papavero pareggiava col suo spirito le ricchezze dei re. Era il primo a cogliere la rosa a primavera e in autunno la frutta e tornando a casa a tarda notte ricopriva il suo desco di cibi prelibati: lo splendido frammento di Virgilio, il miracolo filosofico e poetico delle "Georgiche" (anno 29 a.C.), funziona da ideale incipit per questo sentito teorema visivo che segna il ritorno (sia pure in veste di coordinatore ed ispiratore) di Ermanno Olmi dopo il fulminante apologo di Centochiodi. Parliamo di Terra Madre, fascinoso docufilm presentato durante l’ultima edizione della Berlinale nella sezione "Kulinarisches Kino", che presenta una serie di curatissimi ed esemplari frammenti utili ad un discorso amoroso sul sale della terra e dei suoi frutti da preservare. Non disturba il tono da elegia laica di questo componimento che s’industria a dimostrarci come ancora oggi sia possibile attivare processi virtuosi, sia pure all’interno di un’economia segnata dalle logiche della globalizzazione selvaggia, che sappiano preservare quei principi di armonia che legano da sempre l’uomo alla Natura.
E’ l’orgoglio di dirsi umani che l’operazione di Olmi tende ad esaltare nella sua vibrante testimonianza, che qualche volta assume le ragioni di un urgente je accuse: l’idea di un ordine lineare e sacrale del mondo dove ogni gerarchia di valori è messa in fieri seguendo la logica della naturale necessità di sopravvivenza e di virtuosità vitale. E’ questo il dettato della metafisica concreta di Olmi, declinata durante l’arco della sua straordinaria esperienza autorale. Ne scoviamo tracce in questa operina collettiva affidata con sapienza allo sguardo complice di colleghi autori che hanno imparato dallo stile del maestro bergamasco la sobrietà e la solidità di un mestiere messo a servizio dei piccoli principi di verità sulle cose che riguardano la dimensione umana e, dunque, ognuno di noi.

Mario Brenta, di cui ricordiamo la bella escursione nell’universo di Buzzati per Barnabo delle Montagne assieme alla parabola dello smarrimento infantile di Maicol, è qui aiuto–regista. A Maurizio Zaccaro è affidato il frammento de "L’India di Vandana Shiva" (fotografato con partecipata cura da Fabio Olmi), documento sui metodi di raccolta del riso della fattoria di quella straordinaria espressione di personalità femminile che è la Presidentessa della Commissione Internazionale sul futuro dell’alimentazione e dell’agricoltura che ritroviamo ospite dell’edizione 2006 del congresso organizzato a Torino da Slow Food a sottolineare l’assioma che "tutto è cibo e tutto è il cibo di qualcun altro. Questo è ciò che ci unisce. Siamo cibo, mangiamo cibo e siamo fatti di cibo".
Terra Madre documenta altri passaggi di questa e della più recente edizione 2008 dell’iniziativa che conta una partecipazione di delegati internazionali ed un’adesione assai sentita (7142 partecipanti, 6325 delegati da 153 paesi, 817 tecnici e rappresentanti di associazioni e istituzioni locali e poi contadini, pescatori, cuochi, docenti universitari, studenti e musicisti: dati invero impressionanti per queste convention praticamente ignorate dai media ufficiali).
Un’accesa sintesi di questi interventi di denuncia dell’attuale degrado fa da cornice all’excursus che riserva, polemicamente, altri sconfinamenti esemplari, come quello che ci conduce nel Nord della Norvegia, alle isole Svalbard, sede di una nuova Banca Mondiale dei Semi: immagini di un’algidità desolata che ci ammoniscono circa la deprimente ipotesi artificiale di un progetto di conservazione dei beni che appartengono alla terra e ai suoi principi naturali. Quei principi esaltati da Olmi nel capitolo intitolato "L’uomo senza desideri" che, avvalendosi dei testi di Ignazio e Fulvio Roiter affidati all’evocativa voce di Omero Antonutti, illustrano con spirito sacrale i luoghi dove ha vissuto un falegname che ha deciso di scendere a patti con i meccanismi causali offertigli dalla natura incontaminata: l’immagine qui conquista lo spazio di una memoria fatta di particolari apparentemente insignificanti che acquistano il rilievo di una reificazione poetica.

Accanto a questo straordinario recupero di un’esperienza di povertà (dal valore profondamente religioso, pienamente condiviso dal credente Olmi), ecco stagliarsi, nella seconda parte, il contributo del cineasta Franco Piavoli, fedele alla sua poetica scandalosamente nostalgica (e, dunque, implicitamente pasoliniana) sull’ordine naturale delle stagioni e sulla profonda organicità e necessità di tale ordine, concetto pienamente già espresso in un suo precedente lungometraggio Voci nel Tempo. In questo "L’orto di Flora", il tema primario dell’alimentazione, che è alla base del progetto di Terra Madre, si trasforma nell’occasione di un’analitica escursione nel fluido passaggio di zone dell’Italia del Nord–Est. Flora è una neonata nella cui prospettiva, a carponi, siamo chiamati a riconoscerci, seguendola mentre annusa e scopre, con lo stupore di chi si affaccia alla vita, il per lei vasto territorio dell’orto animato da capre, asini, cuccioli di cani, un gallo aristocratico, api, formiche e una lucertola mentre attorno a lei i movimenti naturali scandiscono un tempo in divenire che si diverte ad indossare la maschera dell’immobilità con il fiume intento a non sbordare dal suo letto, con le foglie dai fruscii armoniosi, con i gesti sempre ripetuti (e per questo magici) del contadino impegnato nelle coltivazioni quotidiane. A dare consistenza speciale a questo mosaico di ritratti di luoghi e persone c’è la misura dello stile, l’imperativo cinematografico coniugato a quello ecologico.
Olmi garantisce la sincerità di un’operazione nobilmente votata ad un messaggio di riconciliazione tra uomo ed ambiente, un invito alla pace ed alla tolleranza, con il corollario dell’appello canoro, divenuto ormai un classico pop, di Celentano e del suo "Un albero di trenta piani" (lo stesso Celentano che Olmi utilizzò in uno dei suoi primi, flagranti capolavori, Il Tempo si è Fermato, il sound di "24.000 baci" usato per spezzare i rarefatti silenzi di quel film memorabile). Rimangono gli impressionanti ammonimenti, denunciati dai polemici interventi di Slow Food, circa il disequilibrio alimentare del nostro mondo dissestato (tutto implacabilmente registrato, con i suoi impressionanti dati, da questo film): è una terra, la nostra, di cui non riusciamo più a riconoscere la maternità, dopo averla tradita e umiliata, da carnefici trasformati in vittime, lasciando che persino le api dei nostri alveari possano morire appestate. Ed è proprio nell’agonia di un’ape, visualizzata da Terra Madre, che possiamo riconoscere il nostro destino di distruttori più o meno consapevoli, in attesa di una tardiva redenzione.

© 2009 reVision, Francesco Puma