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I Tenenbaum

The Royal Tenenbaums - 1h 49'

Regia: Wes Anderson



Se confrontiamo I Tenenbaum a due film, il recente Gosford Park di Robert Altman e il dittico di Alain Resnais Smoking/No Smoking ci accorgiamo che idealmente potrebbe caratterizzare l’ultima fantasia della borghesia rampante e la sua disfatta, psicologica, alla fine degli anni Ottanta quando l’era reaganiana si rivela il più grande bluff del capitalismo aggressivo costruito sulla protervia del più forte contro il più piccolo come in Wall Street di Oliver Stone.
Dice bene Fabrizio Pirovano a proposito di Gosford Park: “Un attimo di passaggio dal mondo della vecchia nobiltà di sangue inglese al mondo della borghesia rampante legata al denaro, un istante di smarrimento che mostra con estrema luminosità vizi e segreti di un universo in disfacimento”. I Tenenbaum, infatti, sono ancora legati allo stemma, alla tradizione di un nome, sebbene nobili proprio non siano; non a caso il titolo originale non tralascia la denominazione “royal” (reale) che è anche il nome del capofamiglia interpretato con perfetti guizzi da Gene Hackman. Famiglie d.o.c., i cui esponenti come nelle consuete cronache rosa esprimono l’innata quanto inevitabile predestinazione alla genialità.

Il figlio maggiore Chas (Ben Stiller) a dieci anni è già in grado di spodestare il padre, mandarlo in rovina, solo perché ha tentato di derubarlo, anche perché lui nel frattempo grazie all’intuitiva sapienza economica ha già avviato commerci redditizi, come quello dei topi dalmata. Chas ha perso la moglie in un incidente aereo, ha due figli ai quali vuole inculcare la disciplina di ferro che conduce al successo o salva la vita, viste le continue esercitazioni antincendio nell’appartamento in cui vive alle quali costringe i due pargoli (che appaiono sgradevolmente come la sua esatta copia). Margot (Gwyneth Paltrow) è la figlia adottiva, ha un talento naturale per le drammaturgie, la vediamo bambina mentre costruisce le sue prime messe in scena, fuma di nascosto dall’età di dodici anni, ha mariti ed amanti sparsi nel mondo, tiene all’intimità tanto da trascorrere ore in toilette dentro la vasca da bagno guardando la televisione e naturalmente continuando a fumare di nascosto. Il figlio più giovane, Richie (Luke Wilson), è un giovanissimo campione prodigio di tennis, va in giro sempre vestito come Björn Borg (maglietta attillata e fascia per i capelli), ama segretamente Margot. Il vecchio Royal è un imbroglione squattrinato, traditore che cornifica la moglie, vive da trent’anni in un grande hotel, è stato sempre indifferente al benessere dei figli. Sua moglie Etheline (Anjelica Huston) predilige i tornei di bridge e la compagnia del serioso commercialista Henry Sherman (Danny Glover). Infine ci sono un coetaneo dei giovani Tenenbaum, Eli Cash (Owen Wilson che è anche co-sceneggiatore) cocainomane scrittore di successo, il marito di Margot, dottor Raleigh St. Clair (Bill Murray), fissato con l’esperimento psicanalitico, per questo si trascina sempre dietro un giovane probabilmente ritardato; non mancano infine altri tipi strani e stranianti quanto tutto il contesto tra cui Pagoda, cameriere pakistano, e un cane ed un falco ammaestrato.

I Tenenbaum, in effetti, non fa nessuno sforzo per costruire uno stile narrativo appena lineare, poiché i siparietti si alternano in modo disordinato, spesso si ripetono in maniera estenuante, ma davvero i primi dieci quindici minuti potrebbero essere sufficienti. Per cui, sebbene autenticamente geniale nelle scenografie, nei costumi ed anche per la disinvoltura con cui le musiche passano da Debussy ai Beatles fino ai Clash (la divertente Rock The Casbah durante la sniffata), I Tenenbaum rimane lontanissimo dalla magia aggressiva e perversa di un Altman, e pure distante dall’acume della messa in scena di Resnais. Forse perché quest’ultimo cartoonizzando i suoi personaggi, anche qui c’è una successione di didascalie con caratteri gotici in inglese, e una voce fuori campo che interviene di tanto in tanto dopo aver dominato i primi cinque minuti della scena, li rendeva davvero diversi ed uguali (erano anche gli stessi attori), comunicando un’ambiguità più inquietante. L’incapacità di questi personaggi di liberarsi dai fantasmi fanciulleschi è avvinghiata troppo a una visione edipica, per la quale non si sfugge all’insegnamento di mamma e papà. Il punto di vista altmaniano non è applicabile poiché questi personaggi rappresentano solo una porzione ristretta dell’universo umano degli anni settanta e ottanta. Più vicino a I Tenenbaum sembra il cinema di Woody Allen: incatenato ad invalidanti traumi giovanili e ossessionato da ansie di successo e nevrosi da performance. La più grottesca degenerazione, la sempre più permanente fragilità del self made man americano.

© 2002 reVision, Andrea Caramanna