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Il Tempo Dell'Amore

1h 48'

Regia: Giacomo Campiotti



Si sa, di Giacomo Campiotti, che è un regista attento, capace di soluzioni stilistiche e visive assolutamente non comuni. Di Giacomo Campiotti si sa che è uno dei registi italiani più "europei", di un respiro sovranazionale, di una autorialità marcata. Come Due Coccodrilli lo aveva consacrato, tra mille vicissitudini produttive, come personalità di assoluto valore, demiurgo in grado di gestire una storia non semplice con grande sensibilità. Il Tempo Dell'Amore è per Giacomo Campiotti una scommessa ancor più grande. Un film veramente "europeo", che mette insieme nella sua complessità attori di passaporto diverso, luoghi e tempi lontanissimi tra loro. Il passepartout è semplice quanto indiscreto, la chiave più semplice da trovare in un cinema ma più insidiosa da usare. L'amore. Mai forse pellicola fu più fedele al suo titolo di questa, che mette lo scorrere del tempo in parallelo all' evoluzione del sentimento, costruendo come per magia una tavola sinottica dell'incontrarsi di due persone.

La storia prende forma in un lontano continente, nell'Africa dell'età coloniale. Passa dalla Parigi bellica all' Italia contemporanea, sempre mettendo in scena una compresenza, l'esistere simultaneo di due persone che il caso, il destino o una volontà inusitata mette a confronto. Con una mancanza, sempre, una sottrazione di fondo, l' eterna tessera che cade dal tavolo e rende incompleto, e più interessante, il mosaico. I gesti sono importanti, e i corpi. Perché dai gesti e dai corpi ogni storia scivola sull'altra, si sovrappone, diventa una cosa sola e diversa. È l'azione del magico passepartout che apre ogni porta, confonde le carte, fa scorrere le stagioni, unico segno che un racconto va facendosi.

Il tempo dell'amore, apparentemente immutabile ma segnato dallo scambiarsi della primavera e dell'estate, dal lento passaggio tra l'autunno e l'inverno che ancora lascia spazio alla primavera, e ad un nuovo amore. Ma la scommessa, quella, è vinta o persa? Proprio la tripartizione "sovrapposta", da ingegnoso espediente narrativo, si trasforma nel punto debole di questo film. Che nella non omogeneità dei contributi appanna il cercato continuum tra le storie, e vanifica parzialmente le inedite raffinatezze dell' orizzonte visivo, fatto di mezze luci come di piene giornate di sole, della patina dell'antico come dell'urgenza del presente. C'è uno scivolamento nel melodramma a-corporale e manierato talora sottinteso, talora non evitato. Chissà perché, ma va sempre a finire così con le pellicole trans-nazionali. Era vero per Il Violino Rosso, lo è anche per Il Tempo Dell'Amore. A Campiotti va concesso il coraggio, il talento, la possibilità di riprovarci.

© 2000 reVision, Riccardo Ventrella



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