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Swimming Pool1h 43'
Regia: François Ozon Il cinema di François Ozon è un cinema che (s)corre sui
corpi. Segue direttrici desideranti, perverse, ossessive. Percorsi che simulano
erotismi multipli. Distanze che si colmano in avvicinamenti più intriganti. Solitudini
glaciali, distacchi severi che si aprono ai turbini di nefande e indicibili
passioni. Il cinema di Ozon è sempre in bilico sul ciglio di questa voragine.
Far vedere o meno l’abiezione dei sensi che travolgono i pensieri più corretti
e più convenzionali. Le analisi metodiche, narrative del giallo nella mente di
Sarah; dall’altra parte l’infiammata esperienza della giovane Julie. Due
apparenze, due modi d’essere, due fantasmi che si rincorrono in una villa
deserta, abitata da presenze segrete, rilevate dallo sguardo che tende verso lo
spazio aperto interno/esterno, per scannerizzare tutti gli eventi (in)visibili.
Hitchcock sempre come frustrazione dello sguardo, come messa in scena che a
poco a poco si scioglie in un’altra evidenza beffarda del nulla. Di una
fallacia generale del Senso, di una storia che annaspa, barcolla, tra decine di
riferimenti, senza approdare ad alcuna consistenza. Elemento che deve mancare o
infine sollecitare un’ulteriore apertura. In questo caso il ribaltamento
plateale con l’improvvisa comparsa di un’altra Julie, non è solo una trovata di
sceneggiatura, ma corrisponde fermamente all’intenzione di non equivocare il
testo del film, che non vuole minimamente procedere verso le solite
architetture di storie.
"Thriller" sarebbe un’etichetta banale, il cinema di Ozon invece cerca l’(in)consistenza delle anime, l’insostenibile leggerezza dell’essere, i bagliori sommersi di un’emozione, di pensieri che s’affacciano chiari e poi ripiegano verso ulteriori, più intime, inconsce versioni, così da riproporci personaggi in continua, incessante, trasformazione. In movimento, spinti da metamorfosi impercettibili, eppure sempre più triviali, pronti a dipingere un evento del tutto nuovo, imprevedibile: la morte, l’omicidio. Pretesto, spunto, utilizzato in quasi tutte le opere di Ozon, da Les Amants Criminels a Otto Donne e Un Mistero, passando per Sotto La Sabbia e Gocce D’Acqua Su Pietre Roventi. Anche qui la morte si palesa come verosimile incidente (di un impulso "naturale"), di fronte al quale s’innesca una reazione ambivalente: di rifiuto ed indifferenza da una parte, di devianza e mutamento fondamentale dall’altra. Julie e Sarah saranno cambiate, Sarah inizia una nuova vita, anzi proprio l’apertura stessa della scrittura verso un’eccezionale vivacità sentimentale dei suoi scritti "rubati". Il volto della piscina è anch’esso mutevole, la superficie chiara, trasparente, dell’acqua, può improvvisamente oscurarsi per la presenza di foglie o peggio, un lugubre telone che prefigura la morte. Il cinema di Ozon è attento allo spazio d’interazione dei
personaggi. Se la piscina funge da cartina di tornasole, da indicazione
"superficiale" dell’umore, l’interno della villa è il cuore stesso della
pulsione. Le camere da letto, i rumori, le luci più fioche esprimono lo stato
letargico del pensiero, della riflessione, dell’intimità variabile. Al riparo
dalla propagazione di veri e propri turbamenti. In effetti è all’esterno, nel
giardino antistante la piscina, che la mdp opera i movimenti più interessanti.
Soprattutto le due identiche panoramiche sui corpi delle protagoniste. Dai
piedi fino ai volti, corpi quasi nudi. Sul corpo di Julie/Sagnier la mdp passa
lentamente, per gustarsi ogni cm di bellezza, nelle misure prorompenti della
carne. Sul corpo più anziano di Sarah/Rampling la mdp compie lo stesso gesto,
forse leggermente più in fretta, di fronte ad un potere di seduzione stentato.
Il gioco degli sguardi, anzi dello sguardo che cerca la seduzione
dell’organismo, è portato alle estreme conseguenze. Spostato verso un’incerta
soggettiva di Sarah, alla fine è completamente decostruito come esperienza
(denotabile), depresso o quanto meno basito per l’indecifrabilità del mistero
contenuto nelle ultime scene del film.
© 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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