
|
Sweet Sixteen
1h 46'
Regia: Ken Loach
"L'astuzia è quello che conta in questa vita, e persino quello che hai l'usi nel modo più furbo che puoi;
te lo dico chiaramente: loro sono astuti e io sono astuto".
The Loneliness of the Long Distance Runner, Alan Sillitoe
Colin Smith cerca di sopravvivere nel riformatorio dedicandosi alla maratona, nonostante le pressioni di un direttore interessato
solo a ciò che il talento del ragazzo può offrirgli in termini di immagine. Billy Casper, quindicenne come Liam, trova nell'addestramento di un gheppio il suo unico interesse
in una vita solitaria e difficile come quella di Colin. Liam ha come unico riscatto per un'infanzia e un'adolescenza iniziata sotto i peggiori auspici, trovare una casa
per una madre egoista e tentare di ricreare quella famiglia che non ha mai avuto.
Nell'ordine...
Colin è il protagonista del romanzo di Sillitoe, tra gli autori preferiti del giovane Loach.
Billy è il protagonista di Kes (1969), film bellissimo e sconosciuto in Italia del primo Loach.
Liam è il protagonista di Sweet Sixteen, ultimo straordinario lungometraggio di Loach.
Tutti e tre i ragazzi dovranno rinunciare ai loro unici punti d'appoggio: Colin dovrà scegliere di perdere una gara importante per non soddisfare il direttore del riformatorio;
Billy scoprirà che l'odioso fratello gli ha ucciso il gheppio; Liam dovrà fare i conti con quella madre cui ha dedicato la sua giovane vita fino a distruggerla.
Pensato fin dalla realizzazione di My Name Is Joe (1998) da Paul Laverty, insieme a Jim Allen (a proposito che fine a fatto?) lo sceneggiatore preferito
da Loach - quando non incontra ex operai desiderosi di raccontarsi - Sweet Sixteen ha molte analogie con quel film da annoverare tra gli scomparsi, prima grande prova
dello stile loachiano, ossia Kes. Billy e Liam hanno quindici anni, vivono entrambi in un'impoverita cittadina della Scozia, hanno lo stesso sguardo perso e triste, le
loro madri hanno un compagno violento che non è il loro padre. Il resto si modifica perché sono cambiati i tempi, perché Billy era pur sempre un ragazzino, e invece Liam
non lo è più da un pezzo tanto che sente di doversi fare la barba anche se non ne ha bisogno. Liam non frequenta la scuola, Liam ha la madre in prigione, Liam cerca di diventare
adulto per avere dell'adulto la responsabilità di una famiglia, Liam non porta i giornali al mattino ma consegna pizze accompagnate da eroina.
Quella droga che ha portato sua madre Jean in prigione, ora Liam la usa per comprargli un prefabbricato sul lago, poi per offrirgli una vita decente lontana da Stan, il violento
piccolo spacciatore compagno di Jean.
Straordinario. Termine abusato, certo, ma non esiste un termine più appropriato per esprimere con una parola questo delicato e terribile
film, denso di amore mal corrisposto, di effusioni affettive consumate curando ferite, di solitudini spesso tragicamente espresse - Pinball, amico fraterno di Liam che si
ferisce il volto perché sentitosi abbandonato dall'unico essere umano che ama -, di magri corpi adolescenziali che si muovono con malcelata paura dentro abiti così uguali
a tanti altri magari non griffati come quelli di altri coetanei. Eppure Liam è più fortunato di Pinball, ha una sorella, Chantelle, che vorrebbe ricominciare a vivere con il
fratello una vita normale - solo facendo una vita come quella di Liam si capisce come può essere un sogno meraviglioso vivere nella norma. Le uniche vere immagini d'amore,
quelle realmente private sono spiate dallo stipite di una porta - come sempre il privato più intimo costringe il filmaker ad un rispetto che sia visibile al pubblico -,
confine timidamente violato sempre mettendo tra parentesi, cioè tra due stipiti, il momento in cui Chantelle cura le ferite di Liam come se fossero abbracci e baci - solo
per una volta c'è un vero abbraccio dietro ad uno stipite.
Il resto è il verde del paesaggio più verde che in Irlanda, prati calpestati dalle scarpe da ginnastica di ragazzini controllati da adulti, sfruttati da adulti in macchine
sportive o dentro club esclusivi. Il resto è una cittadina su un lago dove a case lussuose o decorose - altro elemento costante del cinema di Loach, la casa come riscatto,
la casa come evidente segno di appartenenza ad una classe sociale - si alternano quartieri fatiscenti dove donne, tante donne portano a passeggio, o a prendersi la dose,
i loro figli. Ragazzi, ragazzini su cui gli occhi degli adulti cadono raramente. In questo film non c'è l'ombra di un assistente sociale, ergo è scomparso lo stato sociale
- altrove nei film di Loach lo stato sociale era onnipresente, nel bene e nel male -, nonostante il film abbia avuto la collaborazione di alcuni centri sociali di Greenock,
vicino Glasgow.
Sweet Sixteen, i sedici anni che compie Liam a fine film festeggiati accoltellando Stan, conferma il ritorno "a casa" di Loach dopo The Navigators,
conferma altresì l'indispensabilità di Barry Ackroyd alla fotografia, di Jonathan Morris al montaggio, di Martin Johnson alla scenografia e di George Fenton alla musica, insomma
il tradizionale clan Loach. Conferma anche quanto Loach sappia cosa fa quando affida a non attori personaggi così delicati dal punto di vista emotivo, così necessariamente
reali da non poter essere contrapposti ad attori soprattutto noti; sa cosa fa anche quando giorno per giorno consegna parti di sceneggiatura perché l'abitudine, il consolidamento
nel tempo del pensiero di un personaggio inficiano la sete di realismo di un regista che sa bene che la realtà esiste soltanto come idea.
© 2003 reVision, Emanuela Liverani
|
|