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Sweet November1h 59'
Regia: Pat O'Connor Nelson Moss (Keanu Reeves) è un giovane creativo pubblicitario, perfezionista instancabile, ombrosamente devoto al lavoro. Ma un bel
giorno la sua esistenza viene travolta dall’impetuosa Sara (Charlize Theron), la quale, schifata dall’egocentrismo di Nelson, decide di dedicare l’intero mese di
novembre per "rieducare" il suo nuovo amore. Oltre la carriera c’è ancora qualcos’altro? Forse solo per trenta giorni... La divertente sequenza in cui Nelson propone un drastico cambio di immagine ad una marca di hot dog sembra quasi un’indiretta ammissione della strategia con la quale è costruita la "confezione" di Sweet November: per vendere non serve un prodotto nuovo, ma uno vecchio dall’aspetto diverso. Si recupera quindi l’omonimo film del 1968 di Robert Ellis Miller, tratto da una commedia di Herman Raucher e interpretato da Sandy Dennis. Si aggiunge il mondo (ovviamente cinico maschilista disilluso) della pubblicità di What Women Want e lo si mescola al romanticismo metropolitano di Autumn In New York, dove ogni giovane spasimante è necessariamente affetta da mali incurabili. Per raffinarne l’aspetto, spargere qua e là briciole di cinema colto (Edward Lachman, fotografo di Tokyo-Ga e Nick’s Movie) e citazioni ad effetto: dopo la corsa con i cani sulla spiaggia, Reeves afferma che l’esperienza non gli ha certo "aperto un terzo occhio sulla fronte" (un’allusione al suo Buddha con Bertolucci). Per l’opulenta società postindustriale d’Europa e d’America, la storia da raccontare non è più la scalata al successo, ma la fuga da esso; non il giovane di belle speranze
che affronta la metropoli tentacolare, ma il professionista arrivato che sbatte la porta al suo esclusivo modus vivendi. Al mito del denaro e del successo (che ormai per
molti sono una tranquilla realtà) si passa al mito (in verità ancora più individualista) dei buoni sentimenti, di un’economia finto-povera, della medicina alternativa
(e la scena in cui la moribonda Sara rifiuta di farsi curare nell’ospedale la dice lunga). Per avvalorare questo cambio di prospettiva, Sweet November si avventura in
stupidissime antitesi: Nelson che confessa di non passare una giornata all’aria aperta dall’età di nove anni, da quando suo padre lo portò a visitare Alcatraz (sic); o,
ancora più grossolano, l’ammonimento che il grande boss della pubblicità gli propina: per sfondare in questo settore occorre mantenersi lontani da idee come famiglia, paternità
"e altre stronzate new age". Come se "New Age" fosse l’esatto opposto del termine pubblicità, e non invece la più imponente campagna promozionale di tutti gli anni ’90 (tra
i cui deleteri protagonisti figura la musica di Enya: fenomenale patacca new age, non a caso pesantemente utilizzata nel film). Resta dunque il forte sospetto che Sweet November sia soltanto l’ennesimo tentativo di sostituire un merce avariata (lo yuppismo anni ’80) con un’altra ben più attuale (un anticapitalismo che è un coacervo di animalismo, ecologia, nuova spiritualità e allegro disimpegno), spacciandoci come realtà l’ultima seducente oleografia che - tra stampa cinema televisione e musica - abilissimi creativi stanno sapientemente arredando per noi. © 2001 reVision, Dante Albanesi |
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