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Sangue Vivo1h 35'
Regia: Edoardo Winspeare Sangue Vivo di Edoardo Winspeare (cognome anglofono, ma salde origini salentine) non è un reperto di archeologia antropologica.
Ci si chiede se ai tempi della globalizzazione abbia senso girare un film in dialetto e raccontare storie di province oscure, sulle quali dubiteremmo della stessa esistenza.
Eppure il film è già la prova che la cosiddetta globalizzazione, quella deprecabile macchina omologatrice non può procedere cancellando migliaia di anni
di storia e tradizioni di popoli. L'evoluzione positiva, il progresso storico possono concretarsi solo attraverso quel processo che porta al "glocal", termine che unisce globale
e locale in un sincretismo che non comporta la soppressione di elementi diversi, nuovi o vecchi, ma quasi un ossimoro, una sorta di superamento e compresenza (l'antropologo Canevacci
parla di "marronismo"). Secondo Mario Perniola questa "attitudine sincretistica che mescola elementi tratti dalle più lontane civiltà, induce la cultura occidentale
ad interrogarsi sulla possibilità di esperienze emozionali totalmente coinvolgenti come la possessione, il delirio, la trance".
Sangue vivo è simultaneamente antico e moderno. Sono antichi i riti trasmessi dalle generazioni passate: i genitori di Pino Zimba appartengono al mondo contadino. Le nuove generazioni, i due fratelli, Pino e Donato, si scontrano con la modernità che li costringe, per la sopravvivenza, a sacrificare la loro dimensione storica, dimensione intima e spirituale, che soltanto la musica, il ballo della pizzica, riesce a mantenere viva. La musica è il rito stesso di origini orfiche, per il quale la vita su questa terra significa dolore e fatica. Ancora Perniola afferma che "non può essere taciuta nella storia dell'Occidente la presenza di una tradizione di origine greca che assegna alle manie e ai deliri un significato altamente positivo e un grandissimo valore spirituale e culturale. Platone distingueva tra quattro tipi di possessione: profetica, rituale, poetica e amorosa ". Gilbert Rouge, nel suo volume "Musica e trance", osserva che "una cosa è l'ossessione, la quale deve essere attribuita a forze ostili e nefaste, a mali d'ordine mentale o affettivo, un'altra la possessione che trasformando e organizzando le relazioni con le forze ritenute causa di tali malesseri è condizione di salute psichica e mentale" (vedi ancora Mario Perniola in Enigmi, ed. Costa & Nolan). Nel film s'identificano chiaramente le anime malvagie da quelle titaniche che bramano la trascendenza.
La vita di Zimba, infatti, è una lotta prometeica contro la sopraffazione, praticata dalla spietata delinquenza locale. E la vita stessa di tutti gli abitanti di questa terra
sembra oscillare tra queste due posizioni: Donato, ad esempio, è in precario equilibrio tra la musica, elevatrice, e la droga, la malavita che lo confina nel dolore dell'Inferno.Questa opposizione tra cielo e terra, tra possessioni e ossessioni dell'anima, è costruita attraverso diverse inquadrature: con la macchina da presa completamente rivolta verso l'alto il cielo è appena intravisto tra le foglie degli ulivi, o verso il basso, quasi a schiacciare i personaggi nei luoghi, negli spazi della terra brulla e ostile. Winspeare, grazie alla fotografia di Paolo Carnera, crea immagini lucide, livide, e cromatismi che si riferiscono a sogni, o sono le percezioni estreme dei personaggi. Il punto di vista in soggettiva ha le caratteristiche spesso di una dolorosa contemplazione del mondo. Quasi lo stesso sguardo dell'ultimo film di Malick, La Sottile Linea Rossa (anche lì il rosso è simbolo controverso della vita), qui il sangue vivo, il pulsare del cuore al ritmo della musica. Con il medesimo amore, la pietà, per le creature animali che loro malgrado si trovano coinvolte nell'orribile follia dell'uomo. © 2000 reVision, Andrea Caramanna |
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