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Il Vento Fa il Suo Giro

E l'Aura Fai Son Vir - 1h 50'

Regia: Giorgio Diritti



Chersogno è un piccolo villaggio situato nelle Alpi occitane italiane, dove ancora oggi si parla un italiano doc, la lingua che il sommo Dante fondò attraverso l’eccellenza della sua poesia. In quest’oasi di pace, lontano dal frastuono della cosiddetta civiltà metropolitana, si dipana il bellissimo film di Giorgio Diritti, Il Vento Fa il Suo Giro, impregnato di quegli umori che hanno fatto grande il cinema del Maestro Ermanno Olmi, con particolari riferimenti a quel capolavoro dal profetico titolo che rimane Il Tempo si è Fermato. Per Diritti, che è stato allievo di Olmi, il tempo sospeso trova dunque il suo teatro ideale in questa comunità dell’Occitania, dove le montagne sembrano fare da barriera ad ogni contaminazione culturale, dove lo splendore del paesaggio indica una necessità di solitudine e di ritorno all’essenza del vivere. Già nel citato Il Tempo si è Fermato si mettevano a confronto i caratteri di due vigilanti di dighe, uno più anziano e l’altro giovane ed inesperto per suggerire il persistere dei conflitti tra Uomo e Natura. Gli stessi motivi conducono le relazioni in Il Vento Fa il Suo Giro. Philippe Héraud (interpretato da Thierry Toscan, scenografo di cinema, che qui vediamo per la prima volta in veste d’attore) è un ex professore francese che ha scelto di fare il contadino – pastore, in fuga assieme alla sua famiglia da una zona delle Alpi francesi assediata da coloro i quali stanno erigendo una centrale inquinante, emblema dell’inarrestabile globalizzazione. Integrarsi con gli abitanti del villaggio è per Philippe un modo di recuperare un equilibrio, una possibilità per appropriarsi di una nuova dimensione dell’esistenza. Il suo è un coraggio non solamente intellettuale che lo conduce ad un ascolto concreto dell’atmosfera di Chersogno dove avvia una proficua attività agreste con le sue capre che producono un ottimo formaggio. Fin dall’inizio il suo arrivo desta qualche diffidenza tra gli abitanti del posto, abituati ad avere a che fare con turisti stagionali. Ad un certo punto sembra che Philippe riesca a conquistare crediti di stima con il suo coraggio e la lealtà delle sue buone intenzioni. Sembra che un’ipotesi di rinascita individuale possa coincidere con quella di una comunità (e qui affiorano gli echi, non solo elegiaci, di certe ideologiche utopie di città ideali, filosofiche scommesse che annunciarono le teorie illuministiche). E dunque pensiamo al personaggio di Jean de Florette, magistralmente interpretato da Gérard Depardieu, nell’omonimo film che Claude Berri ha ricavato dal romanzo di Marcel Pagnol, "L’acqua delle colline". Come quel contadino animato da ingenue illusioni di armoniosa convivenza (che lì andava incontro alla morte a causa delle invidia di chi voleva impedirgli di usufruire dell’acqua della sorgente), il povero Philippe è vittima di un boicottaggio perverso e di un ostruzionismo collettivo che lo costringe a rifugiarsi tra le montagne, estrema scelta di una dolorosa e forse definitiva solitudine.

Il film di Diritti ha così uno dei finali più struggenti, dolorosi ed estremi del recente cinema italiano. Emblematicamente, nel ruolo della protagonista c’è Alessandra Agosti, figlia del fratello del famoso regista–scrittore–poeta Silvano, con un evocativo aplomb già utilizzato dal cinema sinfonico di Franco Piavoli (soprattutto in Al Primo Soffio di Vento). Qui Alessandra, che nella vita reale è una pianista, viene impiegata come attrice tout court, ad incarnare lo spessore di una malinconia che ben si amalgama al contesto del film. Evitando i superficiali esoterismi della filosofia New Age (attualmente imperante), Il Vento Fa il Suo Giro corteggia con garbo le asprezze del poetico, esibendo una pregevole cura dei dettagli, in una sceneggiatura dove trovano spazio le pieghe di un’introspezione psicologica che trova il suo accordo perfetto nella rappresentazione di una Natura testimone impassibile dei mutevoli conflitti degli uomini. Quello di Diritti è un cinema vivo e necessario, guidato da una speciale saggezza nel dosare i tempi di un’intensità che conquista gli spettatori più esigenti.
Il cammino di questo piccolo grande film è cominciato nel 2005, al London Film Festival (la cui selezione era curata da Marina Fabbri, storico del teatro polacco e attualmente direttore artistico del Courmayeur Noir in Festival), per poi approdare, con meritati riconoscimenti, ad altre manifestazioni. Purtroppo tali prestigiose attenzioni non sono bastate a dare una distribuzione ufficiale al film, che l’autore ha dovuto affidare ad alcune associazioni locali (e al metodo del passaparola) per garantirne la visibilità. Noi lo abbiamo visto all’Azzurro Scipioni, il mitico locale di Silvano Agosti, ed è stata una piacevole sorpresa: ci è sembrata un’opera aliena (non solo grazie al suo mix linguistico di occitano, francese ed italiano) rispetto al brutto cinema di casa nostra inviso a Quentin Tarantino. Vedendolo, abbiamo covato la tentazione di smentire l’umiliante je accuse dell’autore di Pulp Fiction. Ma poi, pensando a Muccino, ai cinepanettoni e ai tanti esordi a vuoto del made in Italy ci è soltanto venuta la voglia di seguire la lezione di Philippe e di rifugiarci in qualche eremo montano.

© 2007 reVision, Francesco Puma