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L'Ultima Volta Che Mi Sono Suicidato

The Last Time I Committed Suicide - 1h 38'



L'America sul finire degli anni Quaranta, gli albori della Beat Generation, calde tonalità jazz che pervadono l'atmosfera, così come nelle opere di Jack Kerouac, a cui il film, per più versi, rimanda raccontando un episodio della giovinezza di Neal Cassady. Figura di punta della Beat Generation, pur non avendo mai pubblicato alcun libro - quel che ci resta fu dato alle stampe solo dopo la sua morte - , Cassady era il tipico eroe, un antieroe potremmo definirlo, alla Kerouac, che si ispirò proprio a lui per il suo Dean Moriarty, il protagonista di Sulla Strada, una personalità affascinante e geniale, ma allo stesso tempo uno sbandato, un uomo incapace di mettere radici, condannato a vagare senza pace in eterno.

Ispirato ad una lettera di otto pagine dello Stesso Neal Cassady a Jack Kerouac, ribattezzata dallo scrittore "la grande lettera sul sesso", L'Ultima Volta Che Mi Sono Suicidato, presentato al Sundance Film Festival 1997, è il primo lungometraggio del regista e sceneggiatore Stephen Kay, ma anche il primo ruolo da protagonista per Thomas Jane, un possibile nuovo bello e dannato del cinema statunitense. Al suo fianco la dolcissima Claire Forlani, da non molto già ammirata in Basquiat, e, in un ruolo secondario, un Keanu Reeves dalla bellezza di certo non più solare, che ci appare terribilmente appesantito nei tratti.

Più attento ai suoi personaggi ed alle loro sensazioni che al puro svolgersi degli eventi, il film procede, in maniera volutamente frammentaria, attraverso il racconto in prima persona del protagonista, un racconto dai toni intimistici e quasi fraterni - si tratta di una lettera, non dimentichiamocelo - fra confidenze ed annunciati "flashback hollywoodiani", per mostrarci il ventenne Neal Cassady alle prese con un mondo fatto di sale da biliardo e grandi bevute, lavori notturni in depositi di pneumatici e furti di automobili, profondi legami di amicizia fra uomini e passioni intense ma effimere. E sono proprio i rapporti con le donne, qui, ad essere messi in primo piano: da un lato la bella Joan dalla personalità tormentata, che tenta il suicidio per poi riapparire ed offrire al suo Neal il futuro sereno da lui tanto vagheggiato, dall'altro la piccola Cherry Mary, precoce sedicenne dalla forte carica sensuale. Al centro lui, Neal Cassady, bombardato dagli eventi ed incapace di stare fermo nello stesso luogo, sempre mosso da una strana frenesia che lo porta a rinunciare ad ogni certezza per ricominciare sempre da capo, quasi fosse, ogni volta, sempre una nuova vita, quasi fosse, ogni volta, un tentativo di suicidio andato a buon fine.

Tante idee, tante buone intenzioni ed una indiscussa fedeltà ai dettami di una corrente fondamentale per lo sviluppo della letteratura del secondo novecento, ma tutto questo non basta a fare di L'Ultima Volta Che Mi Sono Suicidato un buon film. Una interessante ricerca visiva, in primo luogo nelle sequenze in bianco e nero, ed una indubbia perizia registica, saldamente ancorata, però, ad uno stile frenetico tipico degli anni Novanta, accompagnate da un'ottima colonna sonora jazz, non riescono a risollevare le sorti di una narrazione disarticolata che, specialmente nella seconda parte, sembra procedere più per forza di inerzia che per raggiungere un qualsivoglia obiettivo.

© 1997 reVision, Carlo Cimmino



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