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Tutto Può Succedere

Something's Gotta Give - 2h 08'

Regia: Nancy Meyers



Jack Nicholson è Harry Sanborn, vecchio incallito playboy celebre per non essere mai stato con una donna sopra i trent’anni. Durante un romantico weekend nella villa dell’ultima giovane fiamma, è colto da infarto. A prendersi cura del malato sarà Erica Barry (Diane Keaton), madre della ragazza e commediografa di successo. Dopo una scontrosa antipatia, tra i due sessantenni nasce presto l’amore. Ma anche Julian (Keanu Reeves), il dottore che assiste Harry, prende una cotta per Erica...
La commedia sofisticata contemporanea ha imparato che zuccherare ogni scena è controproducente, e all’occorrenza sa avventurarsi lungo strade scomode (malattia, senilità, solitudine); i problemi arrivano all’ultima mezz’ora, quando si accorge di essersi allontanata troppo da casa e torna indietro in tutta fretta, verso il finale sdolcinato che retorica impone, fatto di ponti sulla Senna e di amanti che fuggono con l’eterno Altro, ma che riappaiono appena in tempo per il bacio dell’ultima inquadratura (è il solito destino di un “americano a Parigi”).
Forse il metro di giudizio per ogni commedia è proprio questo: il coraggio di deviare, di saper evadere dal mondo rosa brillante in cui si trova immersa. Tutto Può Succedere si riduce invece a una quieta rielaborazione dei temi tipici della ditta Nora Ephron & Meg Ryan: l’impossibilità di dormire più di quattr’ore (Insonnia d’Amore), la dipendenza informatica (C’è Post@ Per Te), l’ossessione del cellulare (Avviso di Chiamata); a ciò si aggiungono il tema della malattia mortale (Sweet November) e la figura della donna asessuata in carriera (What Women Want). Ma le svolte disturbanti che furono di Voglia di Tenerezza (l’apice del Nicholson da commedia) o del più recente American Beauty sembrano di un altro pianeta.

Nancy Meyers è una brava sceneggiatrice e sa concepire battibecchi arguti e densi di ritmo, però non sarà mai una regista: si limita ad inquadrare il personaggio che dice la battuta, non sa cosa siano piano-sequenza e profondità di campo, e quando si trasferisce in Francia ricicla le solite tre (bellissime) canzoni che abbiamo già sentito mille volte.
In Tutto Può Succedere succede la cosa più consueta: un copione salvato dai suoi attori. Dall’infinita sapienza mimica di Nicholson, che produce un’ulteriore tappa (dopo A Proposito di Schmidt) del proprio ammirevole processo di auto-smitizzazione, mostrandosi nudo, ingrassato, sdrucito, perfetto antipodo di Reeves. E dalle nevrosi post-alleniane di Diane Keaton, quando rompe con Harry e si abbandona ad un esilarante pianto ininterrotto che dura giorni e giorni; poi d’un tratto si rende conto che tutta questa pena può essere sublimata in letteratura, e decide di immettere la propria vicenda personale nella commedia che sta scrivendo; a poco a poco il pianto comincia a cedere al riso, a quella eccitazione nervosa che solo la creazione artistica può donare; e finalmente Erica decide che nelle sue pagine Harry può tranquillamente morire.
È in questo scarto sottile che si distingue una commedia discreta da una grande: la Meyers elimina Harry solo sulla carta, sul palcoscenico messo in scena nel film; ma un vero regista lo avrebbe eliminato dal film.

© 2004 reVision, Dante Albanesi