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La Leggenda Degli Uomini Straordinari

The League Of Extraordinary Gentlemen - 1h 50'

Regia: Stephen Norrington



La Leggenda Degli Uomini Straordinari è un film delirante, per certi aspetti sconclusionato, febbricitante dispiegamento di mezzi narrativi con l'intento di filmare sensazioni stoccate in oggetti, persone e luoghi (comuni) diversi ma già conosciuti, incontrati magari sotto mentite spoglie. Un enorme magazzino dell'immaginario e non solo cinematografico. Le citazioni esplicite, più o meno velate, o magari involontarie, rischiano di dare origine ad un accumulo destinato allo spreco premeditato, ammasso di clichés e galleria di personaggi illustri (ri)presi in prestito dalla letteratura cosiddetta "alta" ma riportati in basso verso i generi (di consumo). Il medium è il fumetto, "The League of Extraordinary Gentlemen", gli autori sono Alan Moore e Kevin O´Neill, gli stessi di La Vera Storia Di Jack Lo Squartatore (From Hell). Prendendo spunto dall'idea dell'inglese Moore, genio rivoluzionario del fumetto, lo sceneggiatore James Robinson, altro talento dei comic-books "made in USA", ha adattato per il cinema una storia che ha molto da spartire con l'originale, così come ha poco da spartire con il mezzo cinematografico. Il plot è decisamente anti-spettacolare, con un procedimento di "appiattimento" del tono epico che è tipico delle storie di super-eroi firmate da Robinson (da leggere assolutamente "Starman"). Ed i continui balzi in avanti dello script, che normalmente chiameremmo colpi di scena, qui hanno la spensierata illogicità dei fumetti di super-eroi.

In realtà l'idea centrale del divertissement intellettuale di Alan Moore nel film c'è tutta: riavvolgere a velocità tripla la storia dell'action e dell'avventura, fin là dove il cliché del supereroe ha avuto inizio, ovvero per il fumetto americano significa tornare indietro prima di Action Comics #1, prima della nascita di Superman. E andando oltre giungere alla letteratura pulp degli anni Trenta ed a tutta la letteratura fantastica del XIX secolo, che da sempre è stata fonte inesauribile di ispirazione per un gran numero di personaggi dei fumetti. Ma questa idea di partenza, riletta da Robinson, diviene spuria una volta contaminata con il cinema, nel tentativo onnivoro del film di rielaborazione degli stereotipi di una cultura pop fatta di televisione, computer, pubblicità, cinema, fumetti, videogiochi. Per cui se un certo M dei servizi segreti britannici convoca a rapporto Sean Connery come non pensare immediatamente all'inossidabile agente 007. Poco importa se questa volta Connery veste i panni di Allan Quatermain, personaggio creato da H.R. Haggard in "Le miniere di Re Salomone" (1885). Siamo verso la fine del XIX secolo. E Quatermain, assieme ad un gruppo d'icone della letteratura dell'epoca, dovrà sventare un pericolosissimo complotto che rischia di scatenare un conflitto mondiale senza precedenti. Insieme a lui troviamo Mina Harker (moglie di Jonathan Harker dal "Dracula" dell'irlandese Bram Stroker, 1897), il Dr. Jeckyll ed il suo alter ego Hyde (creati da Robert Louis Stevenson nel 1886), Rodney Skinner (che per diritti d'autore va a rimpiazzare Hawley Griffin, l'uomo invisibile di H.G. Wells risalente al 1897), il capitano Nemo (da "20.000 leghe sotto i mari" di Jules Verne del 1870); Dorian Gray (protagonista de "Il ritratto di Dorian Gray" del 1891 di Oscar Wilde), e l'agente americano Sawyer (dal libro di Mark Twain "Le avventure di Tom Sawyer" del 1876).

La Leggenda Degli Uomini Straordinari riprende questi eroi e personaggi archetipici, figure seminali della nostra cultura occidentale, li impasta insieme a quei materiali che sono serviti a tutta la storia del cinema, della letteratura e dei generi e che hanno la struttura di un difetto di memoria (collettiva), che sanno di quiz-show, compiacente gioco a premi fra spettatori intenti a provare il gusto di riconoscere ciò che si sa già, a richiamare mentalmente le frammentarie nozioni apprese non tanto dai testi originali quanto da un filtraggio attraverso i canali mediatici. Nulla di più stimolante per lo spettatore che essere continuamente invitato a scegliere tra l'identificazione di personaggi celebri, situazioni e schemi narrativi ("che cos'è?") e lo spettacolo della loro efficacia ("come funziona?").
Non si va oltre. D'altra parte Stephen Norrington non è Tim Burton o Sam Raimi. Probabilmente non è neppure un regista. Si limita ad andare dritto a suon di repentine accelerazioni e incontrollate decelerazioni, imprimendo una velocità inerziale forsennata e un orientamento vettoriale sbagliato a un materiale e una narrazione che vanno decisamente in un'altra direzione. Azione cinetica svuotata di senso. Il film è questo inutile catalogo di ogni sorta di distruzione visiva che finisce con l'avvilire il lavoro di un eccellente cast tecnico, a partire dal direttore della fotografia Dan Laustsen e il supervisore agli effetti visivi Janek Sirrs, senza dimenticare le preziose scenografie di Carol Spier. Si salva una certa follia ludica, e alcuni indimenticabili momenti di sconcerto spettatoriale, in cui le leggi della fisica vanno a farsi benedire e lo spazio/tempo subisce imprevedibili deformazioni - con l'imponente Nautilus che scivola silenzioso negli stretti canali di una Venezia magica nella sua falsità (ma giusta per questo film come lo era la Venezia in scatola di Cappello A Cilindro) - richiamando in parte la magia primitiva di Méliès o forse ricercando il colpo d'ala fantastico di George Pal. Anche la narrazione fumettistica di James Robinson risulta svilita dalla pesantezza della quantità di materiale che la regia non riesce a tenere sotto controllo. Tutto ciò provoca una sfasatura che pesa sul visibile e che manda in corto circuito due linguaggi, cinema e fumetto, che fino a ieri (pensiamo a Batman e Spider-Man, ma anche X-Men 2) ci erano apparsi molto più vicini.

© 2003 reVision, Maurizio Giometti