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La Strada di Levi1h 32'
Regia: Davide Ferrario L’Europa che è riuscita ad estirpare, ormai sessant’anni orsono, il male che covava
al proprio interno, l’allucinante prospettiva di una tirannia fondata sullo sterminio di un’intera razza; l’Europa che ha
faticato a rifondare un colloquio bruscamente interrotto al proprio interno tra società, costumi, economie un tempo separate
quando non opposte; l’Europa votata allo sviluppo, ventre molle di un sistema occidentale imperniato sul trionfale progresso
della macchina globalizzatrice di linguaggi e di culture, oltre che di mercati; l’Europa che ha imparato a confrontarsi con
il Moloch dell’Occidente, con quegli Stati Uniti alla perenne ricerca di una espansione forse impossibile, compiuta in nome
di una democrazia da esportare con le buone o con le cattive e per conto dei sempre più spropositati bisogni di una civiltà
bulimica le cui risorse tendono pericolosamente a scarseggiare: dove va, insomma, questa nostra Europa d’oggi, in bilico tra
nuove tentazioni di chiusura (a difesa della propria minacciata identità) e una competitiva, irrefrenabile voglia di futuro?E’ certamente lecito domandarselo a partire dalla lezione di Storia regalataci da una delle voci più autorevoli ed esemplari della nostra letteratura. Parliamo di Primo Levi, autore di tanti libri che sono in realtà i capitoli progressivi di un libro solo, suggello ancora bruciante di una memoria che sa imporsi come necessità contro ogni scandalo d’oblio. Eccola, l’Europa di questo testimone prezioso del drammatico ed umanissimo bisogno di Pace, ecco La Strada di Levi, ispirato docufilm composto dal regista Davide Ferrario in collaborazione con lo scrittore Marco Belpoliti. Se per l’autore torinese (morto suicida nel 1987) "La tregua" (titolo del suo romanzo più bello) era la dimensione spazio - temporale dove poteva consumarsi la ricerca di un rinnovato ordine dell’esistenza e delle cose (emblematicamente definito nel passaggio dalla reale esperienza di recluso nel mattatoio di Auschwitz a quella di reduce in viaggio verso la meta di una nuova patria possibile), per gli artefici di questo film è la soglia sulla quale è doveroso, oggi come oggi, fermarsi a riflettere circa la crisi dei valori e dell’identità occidentali. Così la stessa Auschwitz, meta di turismo culturale e monito per le nuove generazioni che rischiano di ridursi a fautrici di smemoratezza ed alienazione, da punto di partenza che era può ancora trasformarsi in minaccia di orrore (del resto, quante guerre e quanti genocidi si sono consumati da allora in poi?). Così nuove trincee di dolore e di morte sono state scavate nel frattempo, come quella gigantesca del Ground Zero delle Twin Towers, inquadrato in una delle sequenze iniziali del film, brace sulla quale si è nuovamente alimentato il fuoco distruttivo del razzismo ideologico, il cui ceppo sopravvive (nonostante tutti gli appelli alla ragione) negli atteggiamenti e nelle idee dei nipotini di Hitler impegnati a radunarsi sotto le bandiere neonaziste in quella parte oscura di Germania mostrataci dai due autori. L’idea di Ferrario e Belpoliti è illuminante: raccontare l’Europa dopo la caduta del Muro di Berlino e i conseguenti, contemporanei
traumi ripercorrendo lo stesso tragitto, sulla strada del ritorno a casa, compiuto dai sopravvissuti de "La tregua". Se otto
furono i paesi attraversati da Levi e compagni, dopo il 1989 e i suoi sconvolgenti rivolgimenti, gli stessi sono ormai diventati
dodici: l’ex Unione Sovietica è divisa in Russia, Moldavia, Ucraina e Bielorussia mentre l’ex Cecoslovacchia si è spaccata a
metà svelando il solco di differenze ideologiche e sociali. Un capitolo del film illustra in modo fulmineo l’aspirazione speculativa
di una nuova generazione di emigrati italiani che, da imprenditori, mettono a profitto i bassi costi del lavoro in Romania;
mentre il vorticoso andamento dell’economia globalizzata apre la possibilità di conquista del mercificato impero cinese in
Ungheria. Un altro, toccante passaggio ricostruisce la misteriosa morte di un cantante rock di Kiev, Igor Bilozir, portatore
di un’innovativa prospettiva culturale in un luogo ancorato alle proprie vetuste tradizioni. E un altro ancora ci mostra il
desolante paesaggio delle acciaierie polacche ormai in disuso di Nowa Huta, con il partecipe commento del grande regista Andrzej
Wajda, colui che ha saputo raccontarci, con epica determinazione, le metamorfosi politiche e sociali del proprio paese coi
suoi film intensi ed allusivi. La tappa in Bielorussia svela lo spettrale reperto del Gulag di Novograd-Voljinski (testimonianza
di un atroce parallelismo tra le tirannie del fascismo e del comunismo) e il paradossale episodio di un incidente nel quale
fu coinvolto il Kgb locale. Impressionante risulta poi la visita alla città fantasma di Prypiat’, vicino alla famigerata
centrale nucleare di Chernobyl, dove si raccoglie la testimonianza di un sopravvissuto a quell’incidente (dalle ancora non
calcolate ed incerte conseguenze) che ha un figlio di nove anni adottato in Italia. E a conclusione di questa partecipe
ricognizione incontriamo, come se fosse quella di un Kurtz alla rovescia, l’ispirata parola di Mario Rigoni Stern, immerso
nella natura dell’altopiano d’Asiago, che dell’amico Levi ha condiviso la medesima esperienza di prigionia e di liberazione
(percorrendo anche lui, come un personaggio omerico, il Vecchio Continente) ed ora capace di evocare, da scrittore, le insondabili
ragioni della morale volontaria dell’autore di "Se questo è un uomo".In questa escursione agli inferi partita dall’evento "Inavvicinabile" (come lo definì una volta il premio Nobel per la letteratura Imre Kertész) della Shoah, sorretta da spunti d’ironia che abilmente stemperano l’altrimenti intollerabile testimonianza dei sopravvissuti a tanta ingiustizia, il cineasta Ferrario e il suo complice provano ad indagare sulla sostanza stessa del dolore provato dalla generazione travolta dalla guerra e da quelle relative conseguenze che ancora oggi aleggiano sull’Europa in decadenza. La Strada di Levi, ben montato da Claudio Cormio con il commento della voce off di Umberto Orsini e il supporto della delicata colonna sonora di Daniele Sepe, è uno struggente road-movie che avrebbe meritato una distribuzione più accorta. E’ un film animato da una sincera, disincantata passione pacificatoria (più che pacifista), capace di mettere in ombra ogni ricostruzione in forma di fiction (ricordiamo per tutti il deludente film di Francesco Rosi tratto proprio da "La tregua") dell’esperienza di Primo Levi, straordinario cantore delle tante morti e resurrezioni della recente ed ancora cogente nostra Storia. © 2007 reVision, Francesco Puma |
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