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Racconti da Stoccolma

När Mörkret Faller - When Darkness Falls - 2h 13'

Regia: Anders Nilsson



Dimenticate la sulfurea e gelida Svezia degli Interiors bergmaniani, o quella lussureggiante dei miti liberatori in anni di boom che fu il cul de sac esterofilo del nostro Albertone nazionale ne Il Diavolo o quando lo stesso finì Detenuto in Attesa di Giudizio, nelle maglie di un affaire giudiziario dal retrogusto kafkiano. Quello che Anders Nilsson ci prospetta in questo suo ultimo Racconti da Stoccolma (premio Amnesty International al Festival di Berlino 2007) è una Svezia sprofondata nelle tenebre di una cronaca che lascia affiorare i tormentati rigurgiti del disagio esistenziale vissuto tra ordinarie mura domestiche, il côté nevrotico e ributtante dei demoni comuni capace di attivare cortocircuiti di violenza profusa, esattamente come accade ormai dappertutto (anche nella nostra provinciale Italietta non più buonista), ai confini delle lande di un consumismo alienato ed ignorante.
When Darkness Falls recita l’originario titolo di questa pellicola arrivata nelle nostre sale per l’illuminata intercessione della Teodora Film di Razzini e Petrillo, attenti estimatori e diffusori degli attuali sommovimenti autorali del cinema scandinavo. Il titolo nostrano, per quanto neutralizzante, rimanda comunque alla struttura parallela di tre storie intrecciate l’una all’altra che convergono nel punto focale di un finale che a noi è parso tutt’altro che consolatorio: destini incrociati di anime divorate ritrovatesi tutte in una sala d’attesa aeroportuale pronti ad un volo per rotte distanti, inondate di ottusa ed amara consapevolezza, dopo il consumarsi di parossistici conflitti nel crogiuolo interazziale e pansessuale, ad elaborare crisi di coscienza e perdite d’identità, frutti marciti di traumi difficili da cancellare ma che si debbono poi rimuovere con (umana?) ostinazione se si vuole continuare a vivere, nonostante tutto.

Leyla (Oldoz Javidi) e Nina (Bahar Pars) sono due sorelle adolescenti e solidali di origine araba, integrate insieme alla loro grande e patriarcale famiglia di lavoratori benestanti i cui arcaici codici d’onore dovrebbero poter convivere con l’assai più disinibita way of life in quel di Stoccolma. Due normali ragazzine innocenti quanto basta, scolarette solari ben amalgamate ai colleghi di liceo. Ma poi il padre scopre, mercé un telefonino rivelatore, che Nina potrebbe avere un ragazzo, va su tutte le furie e costringe la figlia alla fuga, convinta poi al ritorno dai parenti e predisposta ad un matrimonio riparatore. Durante il conseguente viaggio in Germania, dove la fanciulla è scortata dal nucleo familiare al quale si è aggiunta la potente nonna, rancori e sospetti si acuiscono: uno sperduto hotel su un’autostrada trafficata è il teatro della tragedia annunciata quando Nina viene sbattuta sulla carreggiata dai suoi parenti terribili, un girare a vuoto tra implosioni e maledizioni, fino all’inevitabile urto di un omicidio che sarà poi camuffato da suicidio.
L’altro capitolo riguarda la parabola di Carina, anchorwoman di successo, una Lilli Gruber di quelle parti premiata per i suoi reportage di guerra. Proprio in occasione del riconoscimento, le capita di omettere il nome del marito Häkan (Peter Engman), operatore televisivo che nel privato si rivela reiteratamente un energumeno senza scrupoli, geloso e selvaggiamente determinato nel picchiare la consorte davanti ai due figli piccoli, pronto ad umiliarla ad ogni piè sospinto. Dopo l’ennesima aggressione, colpita in testa da una racchetta da tennis, la donna decide di fare intervenire le autorità troncando il dannato matrimonio durato dieci anni. Paradossalmente non troverà solidarietà tra i colleghi, ed anzi la sua carriera rischierà di essere compromessa fino a quando si aprirà per lei una carriera politica al Parlamento d’Europa il cui vessillo è una campagna contro la violenza alle donne. Ad interpretare questo personaggio di umiliata che sa ribaltare la prospettiva delle offese ricevute troviamo la bionda Lia Boysen che trasuda un’intensità capace di strepitosi accenti di verità e di emotività lavorata ad arte, mentre alla bergmaniana e settantatreenne Bibi Andersson (che si ricorda come ragazza partoriente in quel capolavoro sulla mitologia quotidiana dell’essere madre, Alle Soglie della Vita) spetta il ruolo di materno e maturo specchio della nevrosi letale di Häkan, le cui origini vengono svelate da suocera a nuora quando la prima ammette di aver subito dal marito le stesse domestiche violenze. Ancora una volta la famiglia appare come scenario privilegiato di traumi occultati e di ferite aperte, di vertiginose negazioni e sconvolgenti derive esistenziali, cuore rivelatore di un disagio che lega pulsioni primitive a rinnovati e bulimici bisogni d’affezione.

Ed ecco il terzo racconto che delinea le traiettorie di un desiderio che naviga su acque agitate. Aram (Reuben Sallmander) gestisce assieme ai fratelli un ristorante alla moda ed è segretamente innamorato di un buttafuori calvo e muscoloso, Peter (Per Graffman). A saldare platonicamente il legame contribuisce il drammatico evento di una rissa in cui il secondo rimane coinvolto dapprima affrontando a torso nudo i malviventi e dopo subendone la vendetta che gli costa una ferita alla gamba, mentre lo spasimante, testimone dell’aggressione, decide di rivolgersi alla polizia aiutando l’amico ad uscire dal suo ottuso e rancoroso silenzio di omertà. Un casto ma rivelatorio bacio sulla bocca, dato da Aram a Peter all’aeroporto, apre sul finale la possibilità di dare corpo ad una passione virile fin lì coatta e solamente sognata.
In queste che sono storie di resistenza, febbrilmente dispiegata sull’orlo dell’abisso emotivo di un mondo come sempre invaso dalle straripanti regole di una violenza irragionevole, sopravvive l’afflato del riscatto possibile.
Nel suo film abilmente costruito su una ritmica assai espressiva, che si concentra sui volti e sui corpi dei protagonisti analizzandone la dinamica all’interno di ben definiti ed emblematici contesti sociali, Nilsson ci regala un illuminante ed illuminato trittico di bassorilievi narrativi, sceneggiando la materia con l’ausilio di Joakim Hansson ed evitando le pur incombenti trappole retoriche di rito.
Inchiodati alla poltrona davanti a questo impervio spaccato su un universo distante che appare però molto familiare, veniamo così interrogati sul destino delle comune pulsioni, ricondotti per reminiscenza agli antichi assunti dostoevskiani circa tutti quei demoni che, agitandosi dentro di noi, c’introducono al tenebroso e sanguinoso mistero del nostro stare al mondo.

© 2008 reVision, Francesco Puma