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Still Life

Sanxia Haoren - 1h 53'

Regia: Ja Zhang-Ke



A cinema, labilissimi risultano essere i confini che separano il pittorico dal pittoricistico. Soprattutto di recente è raro imbattersi in film dove l’immagine lavorata non risulti una mera citazione di figuratività alta, magari presa a prestito dalla storia dell’arte. E’ una questione di sincerità ed ispirazione che rende davvero diverse e pregevoli, ad esempio, le opere di Sokurov, degno erede della grande lezione di Tarkovskij. E dal cinema di un sempre meno occultato Oriente arrivano autentiche sorprese come questo magnifico Still Life, meritato Leone d’oro all’ultimo Festival di Venezia, abbacinante parto del precoce genio di Ja Zhang-Ke, filmmaker puro che possiede lo sguardo lungo del pittore, classe 1970 ed esponente della cosiddetta Sesta Generazione del vitalissimo, prolifico cinema cinese.
La scoperta di questo nuovo, potentissimo autore si deve alla raffinata sensibilità di Marco Müller che ha proposto a Venezia il film vincitore, come evento a sorpresa, affiancandolo ad un’altra opera dello stesso regista, Dong. Il resto della produzione di Ja Zhang-Ke lo conosciamo attraverso le visioni notturne organizzate dal mai troppo lodato Ghezzi per il palinsesto televisivo del suo "Fuori Orario": Pickpocket (1997), Platform (2000), Unknown Pleasures (2002) e il più recente Il Mondo (2004) sono i tasselli di un suggestivo mosaico, riflesso esteticamente assai meditato di una visione del mondo, quella orientale dove la trama delle tragedie esistenziali, con le sue urla e i suoi furori, si scioglie sempre nei motivi di una concreta ricerca spirituale che conduce ad una liberazione, talvolta illusoria ma spesso generatrice di piccole e private rivoluzioni.

Dobbiamo ringraziare il meritorio coraggio della Lucky Red se un film pregevole come questo è riuscito ad approdare sui nostri schermi sempre più invasi di paccottiglia da mercato "consuma e getta". Così possiamo immergerci nell’altro mondo del villaggio di Fengjie, sorto a suo tempo sulle acque dell’antico fiume Yangtze, là dove il governo di Pechino ha deciso di erigere l’imponente Diga delle Tre Gole, spazzando via le piccole casupole degli abitanti del luogo assieme ad una tradizione di duemila anni. L’unica maniera per sottrarsi a quello che pare un destino imposto dalla spietata logica della modernità potrebbe essere l’emigrazione forzata. Ma le nuove abitazioni da costruire per la bisogna, costituiscono, oltre alla costruzione in cantiere della diga, una possibile fonte di lavoro, buona a garantire la sopravvivenza della impoverita comunità che paga il prezzo di un duro e febbrile travaglio quotidiano (sotto la minaccia di un letale allagamento) produttore di non rimarginabili ferite fisiche e morali, di solitudini straziate ed illusorie speranze. Su quei luoghi dove pare smarrirsi ogni prospettiva di futuro, su quella porzione di mondo abbandonato da ogni divina clemenza si era già inoltrato il pittore Liu Xiaodong, protagonista del già citato Dong (un evocativo poemetto cinematografico che speriamo trovi presto distribuzione nelle nostre sale), mentre Gianni Amelio ne aveva individuato le suggestioni girando, nelle zone ad esso limitrofe, alcune scene del suo La Stella che non c’è. Inscritte nell’impareggiabile, screziato teatro naturale (dagli orizzonti distanti e liquidi) Ja Zhang-Ke fa vivere, intessendole con grazia, le parallele storie di due ricerche amorose. La prima riguarda il mite minatore Han Sanming separato da tempo, per intervento delle autorità cinesi da moglie e figlia. Tornato, dopo 16 anni a Fengjie egli ritrova, sulle rive del fiume Yangtze, la consorte che, in verità, aveva comprato illegalmente da alcuni parenti. I due potranno risposarsi, a patto che Han riesca a procurarsi il denaro per il riscatto. L’altra vicenda è quella della dolce e bella infermiera Shen Hong sulle tracce del marito, direttore dei lavori di demolizione in loco, scomparso da due anni. La coppia si ricongiunge proprio di fronte alla diga, perdendosi nell’apparente estasi di un ballo lento e malinconico. Ma alla fine la donna rivela di essersi innamorata di un altro e chiede il divorzio. La nuova separazione è dolorosa ed aspra, spietata come la condizione dell’intero microcosmo di questi vinti del XXI secolo, tutti rappresentati emblematicamente dal lancinante canto di dolore di un lavoratore adolescente che appare, tra una scena e l’altra, come enigmatica presenza, e del seppellimento di un altro, esuberante ragazzo sotto le macerie che si accumulano in questo Ground Zero dell’umano ormai quasi sterile di bellezza e di amore.

Il film è diviso in quattro capitoli i cui titoli ("Sigarette", "Liquori", "Tè" e "Caramelle") evocano i più elementari bisogni, utili allo scambio e alla rimanente dose di solidarietà collettiva in questo limbo dove ogni desiderio di colloquio tra uomini e donne rischia di apparire vano. Una scansione che lascia spazio al gioco, tutto cinematografico, di epifanie visuali e digressioni liriche concentrate a ribadire l’incredibile resistenza di una dimensione umana umiliata, capace di piegarsi senza spezzarsi: l’emancipazione del passato storico del regime maoista è il nuovo terrore del progresso senza sviluppo (che implacabilmente annuncia un futuro di globalizzazione selvaggia) sembrano convivere in questo luogo sospeso nel tempo attraversato dalle acque del Fiume Azzurro (così chiamano da quelle parti lo Yangtze) dove scorrono battelli e rimbalzano gli echi di voci che recitano stranianti versi, mentre le nuvole dialogano con le montagne. L’occhio caldo di Ja Zhang-Ke cerca di coniugare, fin dalle prime sequenze, la qualità del paesaggio a quella dei volti del suo popolo: le urla provenienti da una imbarcazione sembrano infrangersi sulle minacciose pareti della diga sotto lo sguardo assente del minatore protagonista che si sposta a fissare un equilibrista sospeso su un filo legato a due case. E’ il gioco bizzarro degli elementi primordiali, l’allusione ad una utopia sempre possibile, come del resto sono surreali indizi l’apparizione di un ufo e il decollo di un palazzo costruito in mezzo alla Gola. Quando tutto sembra ridotto a misura della "natura morta" del titolo (Still Life), quella riprodotta in banconote a simboleggiare la persistente circolazione di traffici illeciti e vite vendute a basso prezzo, ecco imporsi la forza dell’immaginazione poetica. E’ la forza del vero cinema capace di generare film come questo, talmente nitido ed ironico, potente e suggestivo da riuscire a farci recuperare il senso e il sentimento storico del presente, come se la realtà fosse un chiaroscurato dipinto nel quale è possibile, dopo averlo contemplato, entrare.

© 2007 reVision, Francesco Puma