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La Stella che non c'è1h 46'
Regia: Gianni Amelio Di cognome faceva Elica, nell’ultimo, splendido film di Bellocchio, Il Regista di Matrimoni. Un
cognome evocativo che alludeva alla crisi esistenziale, alla voglia di fuga del personaggio. Di cognome ora fa Buonavolontà e anche questa volta si tratta di una specie
di pseudonimo: parliamo, naturalmente, di Sergio Castellitto (attore che quando indovina ruolo e regista sa essere intenso e trasparente come i grandi interpreti di una
volta) nel sottile, sorprendente La Stella che non c’è, pellicola con la quale Gianni Amelio è tornato al Festival di Venezia in concorso, a due anni di distanza
dal lancinante Le Chiavi di Casa. A Vincenzo la "buona volontà" non manca e deve usarla molto per questa sua inaspettata ed obbligatoria
trasferta nella sempre più lontana Cina (quella odierna, dove convivono progresso e degrado). Il suo è un viaggio iniziatico, alla ricerca di una dimensione altra dove
forse è possibile ritrovare l’identità perduta. Come per il precedente e già citato Le Chiavi di Casa, tratto da un romanzo di Giuseppe
Pontiggia, il regista calabrese utilizza per ispirarsi il libro di Ermanno Rea, "La dismissione". Ma questa volta il film comincia dove il romanzo finisce, con un abile
rovesciamento di prospettiva. Sullo schermo, La Stella che non c’è è un rilucente diagramma composto con minuziosa intelligenza da artista, un componimento minimalista
fatto di puro cinema tutto giocato sugli sguardi, sullo stupore, sui piccoli movimenti emotivi dei personaggi. La storia comincia nell’Italia della comune crisi (forse
irreversibile), status quo rappresentato dal microcosmo di una fabbrica genovese che sta per chiudere. Gli operai in fila sotto la pioggia, mentre è in corso la loro disperata
protesta, ci appaiono come gli essere umani in via d’estinzione di un’antica metafora. Questa prima, emblematica scena bagnata di pioggia si lega, per suggestione, all’atmosfera
rarefatta del film di Tsai Ming-Liang visto quasi in sequenza durante il Festival sul Lido: entrambi gli autori ci parlano di anime smarrite nel caos estremo di comunità
allo sbando, entrambi cercano il lato poetico della nostra condizione di traghettati all’inizio del nuovo millennio.
Vincenzo Buonavolontà è uno di quei lavoratori la cui scrupolosità (è il caso di dirlo) non conosce confini. A cinquant’anni, rimasto solo, è pronto nuovamente ad emigrare,
come aveva fatto tanti anni prima sulla consueta rotta Sud-Nord, ora che i cinesi gli hanno comprato il "suo" altoforno trasferendolo in patria. Ma egli ha un asso nella
manica, un piccolo pezzo di ricambio senza il quale i nuovi padroni non possono far funzionare la macchina. Così l’onesto manutentore è pronto a ricominciare trasferendosi
in quella Cina di cui ha solo sentito parlare come di un Moloch economico capace di divorare tutti i suoi avversari. Il viaggio verso l’ignoto di Vincenzo è anche un andare
a ritroso: la periferia del nuovo regno gli ricorda quelle industriali della sua infanzia.La sua missione si rivelerà più complicata del previsto: l’azienda cinese ha venduto ad altri l’altoforno comprato in Italia. Lo smarrimento si mescola all’aspra ed avvincente sensazione provocata da contrastanti nuove scoperte, col dolce conforto dell’incontro con la studentessa Liu Hua, sorta di Beatrice in un nuovo, concreto Purgatorio (l’esordiente Tai Ling ci conquista attraverso la sua disarmante grazia). Accanto a lei, il protagonista s’immerge nello sconfinato alveo di un paese sconvolto dai dissennati processi di emancipazione produttiva dell’era neo-capitalista. Amelio decide di concentrarsi, come ha sempre fatto, sullo sguardo dei bambini e degli adolescenti. E se Tai Ling può ricordarci la piccola Valentina Scalici de Il Ladro di Bambini, tanti sono gli sguardi adolescenziali, in questo film, che ci rimandano a quelli dei giovanissimi protagonisti de La Fine del Gioco e di Le Chiavi di Casa. Piccole anime innocenti che vivono un dolore causato dallo sfruttamento e dalla miseria culturale in tutti i Sud del mondo e anche in Cina, dove l’implacabile logica industriale delle "corporation" trasforma chiunque in forza-lavoro. Una sequenza ci ha colpiti ne La Stella che non c’è: un piccolo lavoratore (scopriremo più avanti il suo ruolo) che attraversa un ideale sipario fatto di fili di pasta appesi come fossero panni da asciugare. La sua è la stessa malinconia del neonato inquadrato in uno spot pubblicitario, entrambi vittime del medesimo, aberrante sistema di valori. Uguali echi ci restituisce il toccante monologo di Liu Hua, giovane madre che il figlio non ha mai conosciuto. E così Vincenzo diventa il testimone delle aspre contraddizioni di un universo straniero nel quale egli rintraccia le similitudini con lo stato delle cose nella sua Italia ammalata preda dello sviluppo senza progresso di cui parlava Pasolini. Le sue lacrime, mentre attraversa in barca uno dei tanti fiumi dello sterminato "nuovo mondo", sono lo sfogo di un uomo smarrito che, nel suo vagare da Shanghai verso la Mongolia, sembra compiere un tragitto a vuoto, alla ricerca di una rigenerazione sempre più impossibile. Il presente si stempera nel passato, mentre il futuro sembra uguale, come è uguale il destino di tutti i paesi del mondo globalizzato. Alla fine l’impresa dell’operaio Vincenzo appare riuscita: il pezzo mancante per la modifica dell’altoforno arriva a destinazione. Anche se poi finirà per essere buttato tra i rifiuti, poco importa. Le ragioni del plusvalore non intaccano le ultime illusioni del nostro protagonista, il suo disperato attaccamento alle restanti scorie dell’utopia. In questo film delicato e impressionante, Amelio trasforma Castellitto in un complice ideale: il risultato è davvero straordinario, prodigiosamente sospeso in un disincanto tra realtà e finzione. Non possiamo che rimanere rapiti dal ritmo avvolgente di questa esperienza di conoscenza regalataci da un cineasta che si ostina a credere, assieme al protagonista della sua storia, alla resistenza della qualità spirituale negli uomini, al loro endemico coraggio, ai piccoli miracoli della buona volontà, nonostante tutto. © 2006 reVision, Francesco Puma |
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