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Kissing Jessica Stein1h 36'
Regia: Charles Herman Wurmfeld Nel pervertimento di tutti i valori che è la tentazione che la società dello spettacolo sa di dover affrontare quando gli interessi
che la muovono diventano un limite difficilmente valicabile, oltre il quale esistono soltanto soggetti che possono costruire racconti dai quali non sappiamo ancora se
lasciarci attraversare, trasformando il nostro centro di gravità, i ruoli che possiamo indossare durante il gioco della seduzione diventano sperimentazione di nuove
possibilità, che possono significare la volontà di arrivare a conquistare una stabilità sentimentale ed emotiva che la lotta per la vita sembra non poter garantire,
essendo troppo legata agli egoismi individuali che strutturano o si crede che debbano strutturare il linguaggio della collettività. La mancanza in Kissing Jessica Stein di una dialettica, ovviamente di un insieme di valori che arrivi a definire quanto può essere scandalosa una relazione gay tra due donne che hanno un passato soltanto etero (o così vogliono far credere) non può allora essere interpretata come volontà che vuole innanzitutto la propria autoaffermazione, anche a costo di abbandonare un'identità di copertura, dove per copertura deve intendersi innanzitutto il desiderio di non attivare la curiosità altrui, più che il tentativo di inseguire un progetto di vita che si conosce in quanto creazione di strumenti ritenuti immodificabili di conoscenza del reale. Questo per dire che il garbo della commedia lontana da qualsiasi forma di vertigine, dagli equivoci che spesso sono occasione di reinvenzione dei propri meccanismi percettivi diretta con nervosa e poco "teorica" convinzione da Charles Herman Wurmfeld è comprensibile solo facendo ricorso ad una leggerezza che appartiene meno al contesto al quale si allude, che ha smesso di porre domande, di interrogarsi sulle ragioni del proprio successo, dell'efficienza che caratterizza le proprie dinamiche produttive, le proprie spinte pulsionali che alle ragioni delle due protagoniste, la svagata Helen Cooper (Heather Juergensen), che crede di voler un rapporto gay quando invece è una ridefinizione del proprio panorama emotivo e cognitivo che desidera e la più solida Jessica Stein (Jennifer Westfeldt), che nella scelta del partner è mossa da un desiderio di fusionalità più profondo, che non intende rimuovere in nessun modo la dimensione della corporeità. Naturalmente questa ricerca, mossa da presupposti così distanti, non porterà che all'incapacità di costruire una narrazione che sia utile alla proposta di nuovi modelli
di identificazione, di motivazioni più forti alla ricerca di un cammino di individuazione originale e più personale, centrato su una conoscenza meno superficiale delle
proprie e delle altrui ragioni.Ma questo non deve impedirci di notare la capacità di lasciare allo spettatore quella libertà intellettuale, senza la quale rischieremmo di assistere ad una storia priva di quella intensità emotiva, di quella tensione conoscitiva che giustificano l'interesse per una ricerca che si muove con convinzione inusuale all'interno di un cinema americano anche indipendente sempre più asservito ai valori del marketing e alla creazione di formule buone per tutti gli usi e per tutti i mercati, nel tentativo di creare un campo gravitazionale, che sappia attrarre costellazioni di simboli legati in particolar modo a dinamiche di trasformazione interiore, essendo la dimensione del politico completamente rimossa, forse nella convinzione che essa appartenga a forme di pensiero chiuse, erette a sistema. © 2002 reVision, Marco Marinelli |
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