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Segreti Di Stato

1h 25'

Regia: Paolo Benvenuti



1 maggio 1947. In località Portella della Ginestra 1.500 contadini provenienti da tre paesi della provincia di Palermo, festeggiano insieme alle famiglie una festa del lavoro che sembra essere diversa dalle altre. Il Blocco del Popolo, formato da PCI e PSI, ha vinto le elezioni amministrative di aprile con un ampio margine (30,9 %). La riforma del ministro dell’Agricoltura, il comunista Fausto Gullo, prevede la consegna ai contadini delle terre incolte. Giunti in corteo formatosi all’alba, i manifestanti si raccolgono attorno al podio naturale chiamato Sasso Barbato, da dove tra poco parlerà il senatore comunista Girolamo Li Causi. Gli altri oratori, non vedendolo arrivare, iniziano i loro interventi. Alle ore 10.00 qualcuno spara sulla folla per circa dieci minuti, preceduti da un rumore assordante che i testimoni confondono con fuochi d’artificio. La strage conterà ufficialmente undici morti e ventisette feriti, tra uomini, donne e bambini. Salvatore Giuliano, bandito di Montelepre attivo in zona da qualche anno, sarà considerato l’esecutore materiale della strage.

In Segreti di Stato i fatti appena narrati non sono visibili, come la morte di Pisciotta – preannunciata ma immaginata, colta attraverso confuse immagini di uno specchio -, questa come quelle messe sul piano della rinuncia della rappresentazione del certo violato nella sua natura dalle menzogne. E’ invece molto visibile la trama criminale che provocherà la strage, la prima della storia della Repubblica Italiana. Ma per raggiungere questa visibilità bisognerà attendere che ogni tassello trovi la sua collocazione per creare un’ipotesi, la più aggiornata al momento, su chi progettò e attuò materialmente l’eccidio; le rivelazioni, alcune assolutamente inedite, sono agghiaccianti. Salvatore Giuliano e la sua banda non sparano sulla folla, ma solo in aria a scopo intimidatorio, per provocare la fuga degli uomini. La squadra di Antonino Terranova detto Cacaova deve sequestrare Li Causi e portarlo nei pressi del podio per giustiziarlo di fronte ai manifestanti. Questo è quello che sa Giuliano. Quello che non sa è che Cacaova non sequestrerà Li Causi, che la squadra di Salvatore Ferreri posta più in basso dal Pelavet dove si trova il bandito, sparerà sulla folla, ma soprattutto che i tiratori scelti, che giungono in Sicilia con un aereo, guidati da Gaspare Pisciotta, suo braccio destro, spareranno sulle persone non mortaretti per rendere plausibili i proiettili esplosi sopra la folla ma granate. I mafiosi di San Giuseppe Jato, che avrebbero dovuto segnalare con una bandiera nera l’arrivo dell’auto con Li Causi a Giuliano, in realtà indirizzeranno quel segnale ai tiratori scelti.
Impossibile dare in questa sede altre informazioni, basta affermare che nell’ipotesi esposta da Benvenuti e dai suoi collaboratori, emergono altri nomi, quelli dei mandanti e quelli di chi avrebbe beneficiato del fatto. Basta soprattutto sapere che la strage di Portella della Ginestra si inserisce nel più vasto quadro dei nuovi equilibri internazionali, che per un’Italia a sovranità limitata, significò blocco occidentale, gli Stati Uniti d’America, quindi lotta contro il comunismo. Deputati democristiani e monarchici, esponenti della Chiesa, servizi segreti statunitensi, ex fascisti repubblichini, mafia, separatisti siciliani sono i protagonisti dell’eccidio, la prova generale delle future stragi di Stato.

Benvenuti e Paola Baroni scelgono di inserire questo fiume di informazioni all’interno di un contesto molto più teatrale che cinematografico, dove colui che ci guida in questo labirinto di domande e mezze risposte, di reticenze e scoperte clamorose, tipiche di un’indagine precisa, è l’avvocato di Pisciotta al processo di Viterbo. Teatro è l’aula, una chiesa sconsacrata – quella dove realmente si svolse il processo - illuminata da riflettori ampiamente in campo – a quanto sembra realmente presenti, fatti giungere da Roma a beneficio dei cinegiornali e dei fotografi, visto che la sentenza fu dichiarata in tarda serata. Teatro in forma di farsa poiché Portella della Ginestra non ebbe giustizia, teatrale come può essere lo svolgimento di qualsiasi rito, foss’anche giudiziario, i cui sinonimi sono culto, liturgia, in una parola religione, e, per tornare all’esito del processo, luogo in cui si attuano sacrifici, in tal caso quello della verità.
Le relazioni tra i fatti e le testimonianze sono rese chiare tramite le vignette disegnate dall’avvocato, che ne sintetizzano e memorizzano il percorso; il plastico del perito – anch’esso teatralmente chiuso da una sorta di sipario -; gli appunti sulla lavagna, ed infine il "gioco delle carte" eseguito da un professore che spiega all’avvocato chi siano le persone direttamente e indirettamente implicate nell’ottica di ampio respiro, di cui Portella della Ginestra costituisce il primo capitolo. La prevalenza di ambienti chiusi e semibui, spesso claustrofobici, è mediata dalle sequenze in esterni sul luogo del delitto, dove la luce irrompe come per tentare di rischiarare il buio del mistero.
Segreti di Stato non è realizzato con la canonica veste del film inchiesta o del classico giallo politico, è il risultato di una scelta estetica che non può prescindere dal valore civile che riveste il suo argomento, semplice nell’esposizione ma assolutamente complicato nel suo percorso che alfine torna come per incanto, con tutti i pezzi al loro posto, quasi messi lì senza che lo spettatore se ne accorga. L’unico vero appunto da fare è nella recitazione, a tratti meccanica, a volte troppo piegata sul dato informativo e sul compito, imposto dalla sceneggiatura, di sollecitare un aggancio da offrire alla sequenza successiva.

© 2003 reVision, Emanuela Liverani