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Spy Game

2h 06'

Regia: Tony Scott



Storie di spie, ossia Storia degli anni che vanno dalla guerra in Vietnam alla fine della guerra fredda.
Nel 1991, anno in cui si svolge Spy Game, una nuova nazione nemica - il governo di Washington deve avere nemici e ci riesce perfettamente - si profila all'orizzonte: la Cina. Il mondo non deve percepire il progressivo deterioramento dei rapporti e, come del resto accade tuttora, nulla deve apparire chiaro. Ci vuole cautela. Per questo quando Tom Bishop (Brad Pitt), collaboratore della CIA, s'infiltra in un carcere cinese ed è condannato alla pena di morte, la CIA non ha intenzione di accorrere in aiuto. Bishop ha agito da solo, Bishop non è importante, Bishop è a 24 ore dalla morte.
Racconto del reclutamento, della nascita e della formazione di una spia, il film è principalmente la narrazione della genesi di un'amicizia particolare. Un sodalizio tra uomini che agiscono in situazioni al limite - dell'incolumità fisica, psichica, della decenza umana -, un cameratismo, si potrebbe dire, tra esseri soli per aver scelto un'attività che li costringe a mantenere segrete le loro azioni, i loro pensieri.
Nathan Muir (Robert Redford) è colui che ha scelto e preparato Bishop. Durante la lunga riunione tra i capi dell'agenzia di spionaggio più famosa del mondo, Muir è chiamato a rendere un profilo del collaboratore. Lunghi flashback c'introducono in un duplice percorso nel quale all'evoluzione dell'amicizia e della psicologia di un agente segreto, si affianca quella della politica internazionale di un Paese coinvolto in tutte le fondamentali tappe storiche dello scorso secolo - un solo e cinico cenno alle vicende dell'America Latina in un dialogo tra i due, nel mezzo della guerra libanese, dove Muir afferma, proponendolo come diversivo per l'amico innamorato di una donna a rischio, che lì ci sarebbe da fare per loro.
In tanta materia umana e politica (che in certe circostanze è poi lo stesso) emerge un inquietante aspetto non secondario, che oltretutto diviene il cardine attorno cui prende le mosse la storia. Alle azioni ufficiali della CIA si contrappongono quelle individuali. Pur nella rigida gerarchia di un'organizzazione di spionaggio internazionale, alcuni individui agiscono indipendentemente; a volte si soprassiede per comodità, altre si punisce senza alcuna remore. Muir, secondo una prassi personale che lo mostra sin dall'inizio del film uomo restio alle norme, ha più volte agito senza permesso - e a chi glielo fa notare si sorprende come un bambino accusato di aver preso un barattolo di marmellata messo in bella mostra sul tavolo - e intende farlo per l'ultima volta, è a un giorno dalla pensione, per salvare il suo discepolo. Qui però non si prende in esame il problema dei servizi segreti cosiddetti deviati, ma si mostra la parte buona della questione: fare di un atto fuori dalle regole (?) un atto d'amore amicale, ovvero agire da soli per una buona causa e magari finalmente liberarsi dai peccati.

Scott, esordio nel 1983 con Miriam Si Sveglia A Mezzanotte, è regista d'azione di grande talento ampiamente riconosciuto (Top Gun, Beverly Hills Cop, Allarme Rosso). Spy Game si avvale dell'esperienza maturata dal regista e della presenza eccezionale di Redford, sempre contenuto, ironico e impeccabile nel suo fascino liberal, già protagonista di una vicenda simile - 24 ore per sottrarsi alla morte - nel perfetto Three Days Of The Condor (I Tre Giorni Del Condor, 1975) di Sidney Pollack.
Ai flashback che mostrano gli agenti in azione, fanno da contrappunto sequenze di quotidiana amministrazione, come può esserla quella della CIA. Agli uffici asettici dei nuovi agenti, si contrappone quello storico e disordinato di Muir, con tanto di bandiera bruciacchiata a stelle e strisce reperto di chissà quale movimentata vicenda. Muir è una spia d'altri tempi, quando esserlo significava valorizzare l'intelligenza del singolo, conservare i file delle operazioni nella propria memoria, avere una buona attitudine ad intuire i pericoli ed offrire la propria capacità d'affrontarli all'istante, nascondere la vita privata rendendola misteriosa anche per i colleghi più stretti (quante mogli ha avuto Nathan Muir? Quattro? Una?). La CIA che Muir lascia è un luogo profondamente cambiato, dove un uomo come lui diviene un problema - e Bishop è troppo simile a Muir. Gli incontri tra Bishop e Muir si svolgono per mezzo dei ricordi del secondo, fra sangue e bombe, fra tradimenti e sfruttamento, tra discussioni anche molto dure. Vi è una scena che sintetizza l'assoluta anormalità dell'esistenza dei due: quella del dialogo sul tetto di un edificio. I due discutono su una piattaforma circolare di cemento (seguiti a loro volta da movimenti di macchina circolari, riprese effettuate da un elicottero) dove, a rafforzare la ricerca della consuetudine in un luogo inconsueto per un dialogo seppure d'argomento delicato, troviamo un tavolo e due sedie su cui Muir è seduto serenamente (o sembra esserlo), contrariamente a Bishop che continua nervosamente a muoversi. Il cerchio entro cui i due amici si trovano non lascia vie di fuga, soprattutto al più giovane, ancora poco incline ad accettare senza fare domande le regole del gioco; mentre Muir sembra trovarsi a suo agio in questo moto sempre uguale a se stesso, chiuso verso l'esterno che deve comunque osservare attentamente.
La troppa umana sensibilità di Bishop, l'ostinarsi ad avere un cuore, è l'unico e fondamentale elemento che lo allontana dal suo "maestro", la discriminante che lo conduce a separarsi da lui e a essere condannato a morte. E la discriminante che separa Scott dalla realizzazione di un meccanismo compiuto - dialoghi interessanti, ottimi attori e tutto il meglio della tecnica e della creatività richiesta da un thriller di alto livello con il consueto deadline-, sono quei venti minuti di troppo che nulla aggiungono al complesso gioco di spie già ampiamente esibito.

© 2001 reVision, Emanuela Liverani





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