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Prima Ti Sposo Poi Ti RovinoIntolerable Cruelty - 1h 40'
Regia: Joel Coen Forse i Coen rappresentano perfettamente le terminazioni
estreme di un cinema classico che classico non può essere più, né come calco o
clone né tanto meno remake (vedere Psycho di Gus Van Sant, clone
hitchcockiano). Mentre alcuni, forse solo alcuni, si permettono il lusso di un
cinema sempre classico, tradizionale, come Clint Eastwood, che ha ormai
percorso tutti i generi hollywoodiani senza il minimo errore strategico di
regia. Anche i Coen, in un altro senso, fanno la stessa cosa: rielaborare
alcuni testi tradizionali, come la screwball e sophisticated comedy, per
parlare "crudelmente" di tematiche contemporanee. L’assillo del Dollaro, sempre
più spinto oltre il possesso dei beni, la rigenerazione dell’organismo fino
all’ossessione. Uno dei tormenti dell’avvocato divorzista Miles Massey (George
Clooney) è il sorriso luminoso, "spaziale". I meccanismi legali del resto sono
già ampiamente noti grazie ad una filmografia molto ampia che va (recentemente)
da L’Avvocato Del Diavolo a L’Uomo Della Pioggia a A Civil
Action, vale a dire verità che sfugge al controllo e corrispondente
autenticità del giudizio che dipende soltanto dall’abilità farsesca di questa
casta, gli avvocati, tanto ammirata e temuta dal Sistema. Naturalmente sono
proprio gli eccessi di una ricchezza vergognosa, inaudita, a far saltare tutti
i parametri, ad avvicinarci, anche se in modo poco convinto, verso un ritorno
all’umanità piccola. Momento che è anche rappresentato quando Cloney presenzia
la convention degli avvocati divorzisti.
Il cinema dei Coen però appare sempre più lontano da
drammaturgie severe, da consapevolezze dolorose. Sembra un cinema automatico
dello sberleffo che cinicamente usa (e getta) materiali d’ogni tipo (e sempre
in modo intelligente, alcuni dicono pure geniale), un cinema in grado di
fagocitare tutto e tutti, anche gli attori sembrano burattini in cui
l’espressione è organizzata verso un’eccellenza assoluta. Un cinema giocattolo
in cui ci si sporca ben poco come spettatori anche se si è pienamente stimolati
dalla carica farsesca fatiscente di tutti i personaggi (vulnerabili e teneri
più che meschini), laddove la carica grottesca è spinta oltre la dimensione
iperrealistica. Siamo più che altro in un’atmosfera fantastica, fumettistica, dove
il divertimento ormai consiste esclusivamente nella performance di una macchina
in grado di sfruttare ogni piega del copione, dove ogni gag, la più piccola
battuta, ha un’importanza fondamentale perché ingranaggio di quella macchina
perfetta, e quindi ingranaggio che non può permettersi il malfunzionamento,
pena il cortocircuito bloccante di tutta la messa in scena. Tale situazione argutamente
"asettica" del cinema dei Coen corrisponde almeno all’ottanta per cento di
tutto il cinema proveniente da Hollywood. Come se la velocità "normale" dei
blockbuster riguardasse un po’ tutti i generi. Le commedie di Hawks, di Lubitsch
erano anch’esse disseminate di continue accelerazioni, ma quale arguzia, quali
sottigliezze e riferimenti dietro una semplice scena. Qui invece la parodia di
un mondo reale è tutta nelle prime due tre scene. Curiosamente, come nel cinema
interamente girato con tecnologia digitale, anche qui la perdita di referenti è
palese. Si continua a ridere, ma la sensazione è che manchino argomenti, temi
sui quali ironizzare più a fondo. Forse la satira sta morendo (o è già morta).
© 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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