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Spider-Man 22h 07'
Regia: Sam Raimi In questa seconda puntata della saga dell’arrampicamuri troviamo un Peter Parker in crisi sulla sua identità e sulle sue scelte
di vita. Combattuto tra le aspirazioni da scienziato - che richiedono la frequenza ai corsi universitari -, l’amore non dichiarabile per
Mary Jane Watson, i sensi di colpa verso la zia May e i doveri civici che le responsabilità conferitegli dai suoi superpoteri portano
con sé, dopo lo scontro con un nuovo supernemico decide di gettare la spugna. Non vuole essere un eroe, ma un uomo comune, un ragazzo
come tanti con una vita normale. Nega, insomma, quella parte di sé che lo fa soffrire. Ma l’America spaventata, ferita, così post 11
settembre di questo film, non lo lascerà andare. L’ha adottato come uno del popolo, vicino alla gente semplice, e Peter comprenderà
che accettare il "dono", non significa necessariamente privarsi dell’amore. Questa, a sommi capi, la trama di Spider-Man 2,
l’atteso sequel del film del 2002, giunto finalmente anche sui nostri schermi. Raimi abbandona la struttura lineare del primo per
confezionare il secondo in una serie di blocchi, tasselli di un puzzle che tocca allo spettatore ricostruire: l’uomo Peter in caduta
libera nei suoi rapporti con la vita, il lavoro, la famiglia e l’amore; l’Uomo Ragno che, in crisi di identità, inizia a fare cilecca
coi propri superpoteri (come se bisognasse crederci per averli); Peter contro un nuovo nemico, il paterno dottor Octavius, geniale
scienziato divenuto, in seguito al solito incidente sul campo, il folle dottor Octopus schiavo dei suoi tentacoli cibernetici (è la
terza volta che Peter resta orfano dopo la perdita dello zio Ben e di Norman Osborn: la genesi dei due supercattivi e le sue relazioni
con loro sono praticamente identiche); il rapporto di Peter col "padre cattivo" J.J. Jameson, e col fratellastro geloso Harry Osborn,
ecc. ecc. Questi blocchi, ovviamente, non sono separati, ma si intersecano, si moltiplicano e si arricchiscono di senso a vicenda.
I temi affrontati da Raimi erano già presenti nel fumetto fin dai primi numeri. Peter Parker era un ragazzino un po’ nerd e sfigatissimo
nella cui vita le disgrazie, da quando riceveva le stimmate dei superpoteri, aumentavano in misura esponenziale. L’unica trama omessa
da Raimi e dagli sceneggiatori dei due film è il rapporto con la prima fidanzata Gwen, uccisa dal Goblin. Paradossalmente, troviamo che
l’estrema densità delle molte metafore presenti nella storia ed esplicitate da Raimi nuoccia al film sovraccaricandolo e attenuandone il
valore, primario, di puro entertainment. Non è un caso che chi ha detestato il primo - pochi, ma ce ne sono - o non lo ha amato particolarmente,
si dichiari entusiasta di questo. Fumetto non è certo, per quel che ci riguarda, sinonimo di storie a una dimensione e superficialità. Ma
se il primo film metteva subito le carte in tavola e le giocava onestamente in preparazione del secondo, questo finisce per barare, mettendo
nel piatto più di quel che dovrebbe esserci. Certo in questo sequel ci sono momenti assolutamente sublimi: la sequenza di Peter dopo la
momentanea liberazione dal suo fardello, con le musiche di Burt Bacharach a sottolinearne l’irresistibile leggerezza, tutte le scene di e
con J.K. Simmons, perfetta incarnazione di J. Jonah Jameson, la funambolica consegna della pizza e il momento quasi kafkiano ("Davanti alla
legge") in cui un Bruce Campbell supercarogna impedisce a Peter l’ingresso al teatro dove si esibisce Mary Jane (i "caporali" che l’uomo
comune si trova sempre di fronte, ottusi applicatori delle regole). Ma c’è a parer nostro anche una pesantezza di fondo che in certi momenti
rallenta la narrazione e attenua il coinvolgimento. Ad esempio ci sembrano troppi gli svelamenti della propria identità di Spider-Man fatti
dal confuso Peter: a Mary Jane, alla gente sulla metropolitana, al dottor Octopus e ad Harry Osborn. Di questi, solo due sono strettamente
necessari all’avanzamento del plot e al capitolo successivo. E nonostante la bravura di Alfred Molina e la straordinaria qualità degli effetti
delle braccia meccaniche (onore e gloria a Steve Johnson), non si capisce perché un personaggio potente come Octopus per avere quello che
vuole dal pavido Osborn debba per forza consegnargli Spider-Man.
Zavorrato da qualche sottotrama fine a se stessa come la parte comica
relativa al padrone di casa e a sua figlia, il film a tratti si libra alto, ma non riesce quasi mai a spiccare il volo in libertà. Come
Peter quando non controlla i suoi poteri, anche Raimi non sempre è padrone della sua materia, e finisce per immettere in questo secondo
episodio materiale utilizzabile in almeno due film. Non critichiamo, intendiamoci, la troppa generosità del regista, apprezziamo le autocitazioni
e l’orrore che fa capolino in sequenze come quella del dottor Octopus all’ospedale, ma temiamo che di tanta carne al fuoco parecchia finirà
per bruciare nel terzo episodio. Con un aggravante: come nel fumetto, Harry Osborn erediterà i panni malvagi del padre. Ci sarebbe voluto
un attore assai migliore del pessimo James Franco per conferire spessore al personaggio. Al fianco di Tobey Maguire, perfetto nella sua
recitazione minimalista, le smorfie e le facce brutte di Franco declinano alla perfezione la differenza tra attore e guitto. Quanto alla
storia d’amore con Mary Jane, non ci associamo a coloro che l’hanno trovata troppo insistita: ci sembra che tra i due attori ci sia un’ottima
alchimia, e che i loro tormenti amorosi siano assolutamente plausibili. Infine, nonostante la simpatia per l’uomo comune che lo inserisce
sicuramente nello schieramento democratico, Spider-Man 2 è un film più americano della torta di mele, patriottico e con un sospetto
di retorica, come le bandierine sulle case dei poveracci che sostengono un paese brutto, violento e sfruttatore, ma che è impossibile non amare.
Arrivati alla visione forse con troppe aspettative, dopo il perfetto risultato del primo capitolo della saga, sospendiamo il giudizio in attesa
del prossimo episodio.
© 2004 reVision, Daniela Catelli |
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