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Spider Man

2h 02'

Regia: Sam Raimi



E' interessante cercare di capire quale può essere l'interesse del pubblico legato alla visone di un film come Spider Man, opera ultima di un regista visionario come Sam Raimi. Certo l'interesse non è legato alla trama. Le vicende legate al nome di Spider Man (Tobey Maguire), la sua genesi ragnesca, gli scontri ad alta quota con i diversi nemici, nel caso del film il verde e satanico Green Goblin (Willem Dafoe), la sua storia d'amore con la coetanea e vicina di casa Mary Jane Watson (Kirsten Dunst) sono ormai parte integrante della cultura popolare connessa al mondo dei fumetti. Inutile quindi soffermarsi sulla trama, una serie di episodi/vignette omogeneizzati narrativamente dalla costante presenza di Peter Parker/Spider Man, sull'attesa creata da una vicenda ormai ben conosciuta.
Spider Man è un film sulla visone, un discorso aperto sui limiti visivi del cinema (post) moderno, sulla identità stessa del mezzo cinema. Dopo essere stato morso dal ragno radioattivo il giovane ed insicuro Peter Parker si rende conto di una serie di mutazioni cha alterano il suo corpo. Ad un certo punto si accorge che gli inseparabili occhiali, mezzo sino ad allora indispensabile per poter vedere, sono diventati un impaccio, un ostacolo alla visione. E' come se il cinema (post) moderno si fosse liberato da una opprimente fisicità, da un legame troppo forte con la realtà. L'uomo ragno si trasforma così nell'occhio privilegiato del cinema post moderno, simbolo più o meno fisico della volontà di ipervisione di parte del cinema attuale. Una visione mobilissima, slegata da ogni fardello fisico, lontana da ogni costrizione meccanica, che si rivolge al digitale, al nulla dei pixel, per poter stravedere. Spider Man diviene così il luogo delle soggettive impossibili, delle riprese inverosimili, dei movimenti di macchina virtuali che seguono le evoluzioni acrobatiche dell'uomo ragno in una New York vista da una nuova ed esclusiva prospettiva aerea. Il movimento diviene così il soggetto preferito di una immagine che sembra voler aborrire la staticità delle riprese reali legate alla vita sociale "normale" di Peter Parker. Messo di fronte ad una nuova realtà, ad un nuovo insieme di immagini in movimento, il cinema si interroga sulla sua stessa essenza.

Liberato dai vincoli fisici e meccanici di un cinema ormai irrimediabilmente legato al passato, Spider Man diviene anche il luogo della contaminazione visiva. Una contaminazione che non riguarda più solo e soltanto i diversi generi cinematografici, ma che si spinge oltre coinvolgendo diversi medium. Cartoni animati, fumetti, videogioco vengono posti sullo stesso piano del mezzo cinema, lo penetrano alterandone dall'interno, dalla radice, la caratteristica principale: l'immagine. L'uomo ragno salta, rimbalza, vola tra i grattacieli, combatte ed atterra sui tetti di New York come un uomo di gomma, un cartone animato gettato in uno scenario concreto, un Roger Rabbit in calzamaglia che si muove tra le pareti dei grattacieli ed interagisce con il mondo reale che lo circonda. Una ibridazione che si manifesta in particolare nelle spericolate e multicolori scene d'azione, forti di una estrema saturazione visiva capace di far perdere allo spettatore le coordinate visive proprie di ogni singolo medium. Livellati e posti sullo stesso piano di una ipotetica scala gerarchica della visone, i diversi medium si trasformano in un'unica ed innovativa esperienza visiva. Un film cartone animato che ammicca ai fumetti e sfrutta l'ipotetica interattività dei videogiochi per interessare lo spettatore, scioccarlo, trascinarlo nel volteggiare ragnesco del protagonista sopra i tetti di New York.
Spider Man è un film sperimentale, che si presenta come il tentativo di abbattere definitivamente qualsiasi barriera tra diversi mezzi di intrattenimento legati al senso della vista. Per sentirsi più liberi dal pesante senso di gravità che ci opprime a volte è sufficiente volgere lo sguardo verso l'alto e sperare di intravedere qualcosa di nuovo, di diverso.

© 2002 reVision, Fabrizio Pirovano